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“Il canto delle manére” di Mauro Corona

Chapeau, Mr. Corona.
Sono molto contento di avere cambiato idea su questo autore. Tempo fa avevo letto La fine del mondo storto rimanendo parecchio deluso. Tuttavia, conoscendo ed apprezzando Corona dalle sue interviste, mi ero riproposto di provare a leggere ancora un suo libro, prima di decidere non facesse per me. Meno male. Questo Il canto della manére è un romanzo di tutt’altra pasta, tanto che sono già alla ricerca del prossimo libro di Corona da leggere.

La storia parla del boscaiolo Santo Corona della Val Martin, dalla nascita alla morte. Ci sono amore, sangue, vendette, guerra, viaggi e molto altro, il tutto ambientato tra le montagne all’inizio del 900. Sentimenti forti e scelte di vita strazianti. Fino all’ultimo ho cercato di trovare qualche minuto libero nella giornata per poter voltare pagina e vedere come proseguiva il racconto.

Sicuramente uno dei libri più belli che ho letto quest’anno.

“Alta definizione” di Adam Wilson

Eli Schwartz è un adolescente sfigato appassionato di ricette, cicciottello e con una famiglia disastrata: madre depressa separata dal padre puttaniere in carriera e fratello iperambizioso. Eli si crogiola nel mondo delle droghe, spesso leggere, altre volte più pesanti, e nel sesso masturbatorio con donne mature frustrate, in cerca del toy boy, o con coetanee di indubbia puttanità. Unico e grande ispiratore, nella sua vita, il nuovo inquilino della sua vecchia casa, Seymour Kahn, attore in carrozzella fallito che detiene il record di comparsate nel mondo del cinema e della tv. Quest’ultimo è un personaggio davvero spassoso, che regala chicche tipo questa:

Ecco, il libro è tutto qui.

E’una sensazione strana, perché fondamentalmente mi piace molto lo stile di scrittura e ci sono passaggi che da soli valgono tutto il romanzo, tuttavia non sono uscito completamente convinto da questa lettura. Credo sia perché non ho provato nessun tipo di emozione nei confronti del protagonista, ed è un peccato.

Mi rendo però conto che questa cosa sia totalmente soggettiva, cioè, altri potrebbero entrare in sintonia con Eli e gradire il libro più di me. Sicuramente merita di essere letto, anche solo per la visione ironica e depressa che ha il protagonista sul mondo.

Detto questo ho visto che ci sono parecchi titoli interessanti della ISBN edizioni, oltre ad Alta definizione, come Vite pericolose di bravi ragazzi, di cui ho già scritto. Ovviamente, quindi, la casa editrice non può che essere fallita nel 2015..

“Vite pericolose di bravi ragazzi” di Chris Fuhrman

Quando leggo libri come questo (pochi) mi chiedo perché non sia un titolo estremamente noto a tutti. Cioè, dovrebbe essere uno di quei romanzi che dici: «Hai presente Vite pericolose..?» e il tuo interlocutore fa cenno di sì con la testa, perché lo conosce chiunque. Sto cercando di contenere quello che penso, per mantenere un po’ di quel distacco emotivo necessario alla credibilità che, per convenzione, non dovrebbe mai sfociare nella tifoseria estrema. Ma no, anzi, me ne sbatto: Vite pericolose di bravi ragazzi è uno dei più bei romanzi sull’adolescenza che abbia mai letto. E ne ho letti.

Ora però sono terribilmente incazzato. Già, perché Fuhrman è morto di cancro a 31 anni, e questa è la sua unica opera. Avrei voluto non leggerlo, e per un po’ ci sono riuscito, ma questo dannato libro mi ha inseguito sugli scaffali delle librerie, fino a cadermi in mano in una rivendita di stock editoriali.

La trama è questa: la fine dell’adolescenza.
Poi c’è tutto il resto, ma quello che conta è la capacità incredibile che ha avuto l’autore di descrivere il breve periodo di confine appena prima dell’età adulta. Ci sono sbronze, risse, amori, sesso, alcool, droga, amicizia, morte. E c’è Francis, che vive tutto sulla sua pelle, come ha fatto chiunque. Francis è il lettore, è lo sguardo insicuro e timoroso della prima esperienza. E’ la sensazione di fare cose cattive, anche quando non lo sono, ma lo appaiono perché ancora sconosciute.

Grazie Chris, avrei preferito non scoprirti.

“La leggenda del santo bevitore” di Joseph Roth

Avevo un’oretta disponibile e mi sono trovato questo libretto tra le mani. E’ un racconto veloce veloce di circa sessanta pagine.

La trama è nota. Un senzatetto alcolizzato contrae un debito con un generoso sconosciuto, che lo elemosina di alcuni denari. Unica sua missione (non troppo convinta), e voto nella vita, diventerà quella di restituire il debito sotto forma di donazione a Santa Teresa, nella chiesa di Santa Maria di Batignolles. Ogni pretesto sarà valido per posticipare questa azione.

Il film non l’ho visto, però avevo letto critiche molto felici al libro e quindi mi sono buttato. A mio parere niente di particolare, non ho trovato riflessioni sulla vita di rilevante interesse. Un po’ tirata, si potrebbe azzardare una sorta di critica su come il denaro cambi e influisca sulle intenzioni e le personalità. E’ un misto tra un Bukowski trattenuto e la visione della vita da parte di un alcolizzato (che poi è la stessa cosa).
Preferisco Bukowski, appunto. O John Fante.

“Millennium – La regina dei castelli di carta” di Stieg Larsson

Eccoci qui, con la Trilogia Millennium completata. Dopo Uomini che odiano le donne e La ragazza che giocava con il fuoco, l’ultimo consistente capitolo: La regina dei castelli di carta. Per fare un veloce ripasso ho appena riletto quanto avevo scritto dei due precedenti volumi. Vorrei poter essere così entusiasta anche del terzo, ma purtroppo non è così. Prova lampante lo è il diverso tempo di lettura, una settimana a libro per i primi due, quasi un mese e mezzo per questo. Non è un buon segno.

Sono, purtroppo, una persona che tende ad annoiarsi velocemente degli schemi di costruzione ripetitivi. Questo è il principale motivo, ad esempio, per cui non seguo le serie televisive, tanto di moda ora. La regina dei castelli di carta ricalca completamente il modello dei primi due episodi di Millennium, facendo decadere la curiosità, che rimane legata esclusivamente ad elementi della trama, allo stesso modo per cui si desidera seguire la nuova puntata di una soap opera (se lo si desidera..). La struttura narrativa è ormai consolidata e non presenta novità di alcun tipo, la noia è quindi dietro l’angolo. Forse avrebbe giovato, a questo tomo di 850 pagine, un buon taglio centrale di 200 pagine. E’ proprio al centro, infatti, che ho temuto di essere costretto a mollare tutto, quando la noiosa parte legata al più puro spionaggio, prende il sopravvento.

Cerca di capire, il libro è comunque godibile e, se ti sono piaciuti i primi due, difficilmente riscontrerai i miei problemi sul terzo. Tuttavia io cercavo quel guizzo in più che non ho trovato.
La dico in altri termini.
Ho letto, da qualche parte, che la serie di Millennium prevedeva dieci volumi e che la morte di Larsson ha interrotto il progetto a tre (si, so che c’è un quarto volume, ma le operazioni commerciali non le considero). Ecco, dopo questo terzo volume, difficilmente sarei andato oltre.

“La fine del mondo storto” di Mauro Corona

Devo fare alcune premesse, prima di scrivere di La fine del mondo storto:
• Innanzitutto sento spesso parlare Mauro Corona in tv e sulle sue pagine social, ed ogni volta mi fermo rapito ad ascoltarlo. E’ sempre piacevole ed interessante ciò che ha da dire e concordo con il suo pensiero.
• Ho acquistato d’impulso questo libro, perchè l’ho trovato a un prezzo esiguo, quindi non ho effettuato una scelta. Semplicemente volevo leggere qualcosa di questo autore e ne ho approfittato.
• E’ ritenuto il peggior romanzo di Corona anche dai suoi ammiratori più sfegatati.

Purtroppo, il libro non mi è piaciuto molto. E mi dispiace.

La trama è molto bella e semplice: da un giorno all’altro finiscono tutte le fonti di energia fossili e l’uomo deve trovare un modo per sopravvivere. Il 75% delle persone muore (per il freddo, la fame, la salute), il restante 25% deve reimparare a vivere secondo natura, rispettando l’ambiente e la natura, appunto.

Cosa mi piace (→ tutta la teoria)
L’idea è molto bella, e non è fantascientifica, ma vicina alla realtà. La critica al mondo costruito su falsi valori inutili, sul profitto e l’arrivismo, corrisponde esattamente a quello che penso. La condizione di un uomo, che sa giocare in borsa e usare le tecnologie più avanzate, ma non sa più come si accenda un fuoco, se non con un accendino, è una drammatica verità. Apprezzo e condivido appieno la visione pessimistica dell’essere umano che, come sostiene anche Corona, è un coglione. E’ una bellissima parabola tragica, che dovrebbero leggere tutti, soprattutto i bambini, nelle scuole.

Cosa non mi piace (→ la scrittura)
Per farla breve, questo romanzo di 160 pagine, poteva essere un racconto di 30 pagine, considerando già in 30 pagine un buon grado di ripetitività, per sottolineare i concetti. Tradotto: in 160 pagine c’è un livello altissimo di ripetitività. Chiariamo, vengono ripetuti anche concetti importanti, però quando leggo per tre volte che le discoteche vengono usate come stalle, la situazione stride. E’ chiaro cosa voglia indicare, e concordo, ma una volta è sufficiente. Sembra un libro scritto con rabbia (e forse lo è), ma con una rabbia propria e non comunicativa, quella che non ti fa ragionare bene e ti acceca. Come in quelle discussioni che, dopo un po’, diventano solo la ripetizione delle proprie idee, senza apportare indicazioni costruttive. Io la capisco questa rabbia, e forse è propria di chi ha ancora una inconscia speranza nella razza umana. Personalmente, non avendone, di speranza, faccio fatica a leggerla.

Detto questo, proprio per le premesse indicate sopra, credo proverò ancora un libro o due di Corona, proprio perchè potrei essere cascato sul romanzo sbagliato, con concetti eccellenti, ma male espressi.

“Montagne di una vita” di Walter Bonatti

Conoscevo già, ovviamente, Bonatti per aver visto qualche documentario sulle sue incredibili imprese e per la nota vicenda del K2 (se non la conosci leggila su wiki, è molto interessante), ma non avevo mai letto nessuno dei suoi libri. L’altro giorno quindi, nel vedere questo libro al mercatino, ho colto subito l’occasione. E sono molto soddisfatto.

Che dire, Bonatti era un superuomo, fisicamente portato e predisposto per le imprese impossibili d’alta quota. A livello prestazionale era una spanna sopra tutti gli altri, lo si capisce anche solo leggendo quante volte sia lui a massaggiare gli arti e a curarsi di compagni di viaggio che stanno per finire assiderati. Lui invece, di aiuto, sembra non averne mai bisogno. (Consiglio a tal proprosito di approfondire anche la tragedia del Pilone Centrale del Freney, altra vicenda molto interessante, se ti capita.) Per dirne una: non ricordo in quale delle sue scalate si amputa parte di un dito con una martellata, ma questo non lo ferma, prosegue e termina il percorso prestabilito, senza ritirarsi, pur potendolo fare.

Il libro poi descrive la bellezza di un alpinismo di altri tempi (Bonatti ha scalato dal 1950 al 1965, per poi passare ad altre avventure in giro per il mondo), quando la tecnologia non era presente ed esistevano ancora mappe con indicato “zona inesplorata”. Si parla di zaini pesanti 70 kg, di abiti ed equipaggiamenti lontani da quelli utilizzati ai giorni nostri. E’ un vero e proprio ritorno alla natura avventuriera dell’Uomo.

Tutto questo si condensa in una morale e in una visione ben precisa dell’autore, che spiega quale sia il vero senso dell’impresa e dell’avventura, che non deve essere facilitata dalla tecnologia e dal superamento di ogni limite grazie ad aiuti/scorciatoie. Solo l’utilizzo esclusivo delle proprie forze può legittimare realmente un’impresa. Non ha senso perforare una parete per poter dire di essere riusciti a vincerla, perchè, in poche parole, quella è una cosa che può fare chiunque. Bisogna sapersi adattare ed improvvisare con pochi mezzi.

Qui davvero si parla di una morale ed un’etica che sembra totalmente persa ai giorni nostri. Chapeau.

“Born to run – L’autobiografia” di Bruce Springsteen

Ho nella testa talmente tante cose da dire, che sicuramente ne mancherò qualcuna. Iniziamo con la più semplice: questo libro non è per tutti, ma se ti piace il Boss, se hai almeno due dei suoi album (uno può essere un caso, due no), allora DEVI leggerlo.

Generoso, come i suoi concerti, questo volume conta più di 500 pagine. La prima metà, la giovinezza, è abbastanza difficile, nel senso che è parecchio lenta e spesso, nel tentativo di descrivere l’indescrivibile, rischia di essere un po’ noiosa. E’ davvero complicato capire un’emozione se non la provi personalmente, e Bruce spiega tutte le sensazioni che ha provato sui vari palchi che ha calcato in giovinezza, fin dai bar della sua Freehold. La seconda parte del libro invece cambia registro, diventa più comprensibile a livello emotivo, ed è una cazzo di svolta pazzesca. Non vorresti che finisse mai. Si inizia a intuire da dove il Boss tiri fuori l’ispirazione per la sua musica e le sue poesie, ed è fantastico.

Ho scoperto molte cose su Springsteen che, pur essendo un suo grande fan, assolutamente non conoscevo. Il difficile rapporto con il padre (e la sua malattia mentale), la continua guerra con la depressione, l’ossessione da superlavoro.

Qui si parla di musica vera, di album la cui copertina è stata fotografata in fretta e furia, perchè secondaria rispetto all’importanza delle canzoni. Di un tempo in cui il contenuto era più importante del contenitore, cosa che oggi, nel mondo del “bel canto” e del commercio ad ogni costo, sembra impossibile.

Per sua stessa ammissione, Springsteen dichiara che non si può essere tutti Mick Jagger. (Già, perchè illuminati dalla sua incredibile energia, spesso dimentichiamo che Bruce è stato contemporaneo dei Beatles, degli Stones e di Elvis. E’ la storia del Rock e lui ne fa parte a pieno titolo!) Per dirne una, il Boss non si è mai drogato. E’ una rock star operaia, costantemente al lavoro e bisognoso di divertirsi con il suo pubblico e la sua E-Street Band. Ecco, questa è la cosa che viene fuori maggiormente: la perfetta ed unica integrazione con quello che è il suo pubblico. Chiariamoci, tutti vorremmo vivere come Jagger, ma è ben chiaro, nelle sue esibizioni, che ci sia un muro tra la Star, che deve essere adorata, e le persone normali. Con Bruce questo muro crolla, l’umiltà del Boss è tangibile, lo scambio è a doppio senso. Quello che ne esce da tutto questo, dal libro, da ciò che racconta, è che Springsteen sia proprio una bella persona. Generalmente “rock star” e “bella persona” non potrebbero stare nella stessa frase, ed è per questo che il Boss è unico.

Il mio parere personale è anche che, questo essere così, diciamo, terra-terra, lo abbia penalizzato in alcuni ambiti. Ad esempio, scrive dei testi che sono poesia allo stato puro e, per conto mio, dovrebbe essere posto allo stesso livello di grandi artisti come Bob Dylan, considerati generalmente più significativi a livello letterario.

Ho un unico grande rimorso, che questo libro ha amplificato all’inverosimile. L’anno scorso avrei potuto andare al suo concerto a Milano e non ci sono andato, fondamentalmente per pigrizia stradale. Spero avrò modo di rifarmi.

Dopo aver letto l’autobiografia, ascolto la sua musica con orecchio diverso, sembra una frase fatta ma non lo è. Credo ci sia della stima e del rispetto. La stima è una cosa difficile da provare in questo settore: spesso si ha un idolo, lo si ammira, come una statua sacra, un simulacro. Ma la stima è molto più difficile, ripeto, Bruce è una bella persona.
Nel leggere alcune parti, ad esempio riguardo al rapporto con il padre, alla sua morte, o riguardo alla morte di Clarence “Big Man” Clemons, il suo sassofonista storico, si rischia davvero la commozione.

Leggiti questo cazzo di libro.

Ti lascio con una canzone, una delle mie preferite, perchè è semplice e profonda allo stesso tempo. Downbound train, dal mitico Born in the Usa.

She just said “Joe I gotta go
we had it once we ain’t got it any more”
she packed her bags left me behind
she bought a ticket on the Central Line
nights as I sleep, I hear that whistle whining
I feel her kiss in the misty rain
and I feel like I’m a rider on a downbound train

“Aria sottile” di Jon Krakauer

Tempo fa avevo visto il film Everest di Baltasar Kormákur (di cui avevo anche scritto) e ne ero rimasto talmente colpito da continuare a pensare a quella tragedia del 1996. Avevo intenzione di leggere il libro di Krakauer già da allora, ma poi, sai come vanno le cose, il progetto era stato accantonato. Ora finalmente ci sono riuscito. Di Krakauer avevo già letto Nelle terre estreme, da cui è stato poi tratto il film Into the wild di Sean Penn, altra storia/film/vita estremamente ricca ed interessante, ed ero quindi pronto ad un’altra buona lettura. Non sono certamente rimasto deluso, nonostante i due libri siano molto diversi tra loro: Nelle terre estreme è più un lungo reportage basato su un’indagine giornalistica, mentre Aria sottile è un resoconto in prima persona, essendo Krakauer uno dei membri superstiti della spedizione sull’Everest del 1996.

La storia è nota: durante la conquista della vetta dell’Everest, il 10 maggio 1996, nove alpinisiti persero la vita. La gran parte di questi perì nella fase di discesa, poichè sopraffatta da una perturbazione, neanche troppo straordinaria per quella altitudine. Krakauer era membro della spedizione commerciale guidata dal Rob Hall, insieme ad altri clienti che sborsarono la cifra di 60/70mila dollari per farsi traghettare alla meta. Tra i morti anche Scott Fischer, altro grande alpinista, alla guida di un’altra spedizione commerciale, unitasi a quella di Rob Hall per l’assalto alla vetta.

Sono davvero tantissimi i fatti e gli errori che hanno portato a questo tragico evento, Krakauer li sonda uno ad uno, accollandosi anche la responsabilità per la morte di una delle aiuto guide, Andy Harris. Ma non intendo stare qui a fare un elenco delle cose che, secondo lo scrittore o secondo varie personalità del regno della montagna, potevano essere fatte meglio o meno. (Una di queste, la più famosa, è un’annosa disputa con un’altra aiuto guida, il fortissimo Anatoli Boukreev, sulla questione dell’utilizzo delle bombole d’ossigeno in vetta, da parte delle guide stesse).

Quello che il libro ti lascia non è questo, non è una mera indagine, sebbene sia presente. Quello che Karkauer è bravissimo a far capire all’uomo comune, cioè a chi non ha idea di come si viva oltre gli 8000 metri, è che a quell’altitudine si muore, non si vive. In quella “zona della morte” l’unica cosa da fare è essere veloci a salire e scendere, poichè appena la si raggiunge il corpo inizia a soccombere, non è progettato per sopravvivere lassù. Fine. Con un terzo dell’ossigeno, azioni all’apparenza semplici, come aprire o chiudere una valvola dell’ossigeno, sono molto complesse, non solo da compiere, ma anche da pensare. Ogni piccola azione, è un atto di forza. Di fronte a tutto questo le varie accuse, semplicemente, crollano. Non ci si dovrebbe neanche chiedere di chi sia la responsabilità delle morti, poichè la responsabilità è individuale, di chi sceglie di correre tale rischio. Lo sforzo è tale che i piccoli aiuti sono atti eroici, e gli aiuti che non si riescono a dare sono la normalità. Ci sarà anche un motivo se il percorso è letteralmente cosparso di cadaveri che non si possono riportare indietro, perchè chi muore rimane lì.

Ho sempre grande ammirazione per le esperienze al limite. L’ho avuta per personaggi come Alexander Supertramp o Ambrogio Fogar, e non posso non averla per chi ha vissuto la tragedia del 1996, per i vivi e per i morti. Ho l’idea che queste persone muoiano facendo ciò che amano, sfidando il limite dell’umano e riportando la vita ai suoi concetti base, primordiali. Chi può dire di vivere così intensamente nella banale vita di tutti i giorni, dove spesso si aspetta solamente che il tempo passi?

“Putin – Vita di uno zar” di Gennaro Sangiuliano

Difficile parlare di questo libro, richiederebbe una discussione prolungata, tanti sono gli argomenti toccati. Non ho quindi intenzione di addentrarmi nei singoli fatti, poichè ogni vicenda richiederebbe la giusta trattazione. Sarò quindi sintetico e di parte. Sangiuliano è chiaramente un sostenitore di Putin, così come lo sono io, e ne evidenzia quindi tutti i lati positivi. Ne descrive la storia dalla nascita nel 1952 fino al 2016, passando per le guerre, le rielezioni, il miracolo economico russo, il terrorismo, l’Isis e tutto ciò che ne segue.

Ogni evento è basato sui fatti, senza false congetture o complottismi, quindi non ci sono dietrologie. Putin viene descritto come un uomo d’azione, che si è costruito da solo e si è guadagnato tutto quello che ha ottenuto. Dati alla mano, Putin ha sconfitto l’oligarchia riportando i beni al popolo, ha consentito che la poverta passasse dal 35 al 15% con la creazione di un benessere diffuso, che alcune piaghe sociali come la criminalità e l’alcolismo venissero pesantemente ridimensionate. C’è un capitolo intero di dati matematici sul confronto pre e dopo Putin che rende impossibile non considerarlo un parente di Superman. Oltre alle sue doti strettamente personali, intendo (tipo l’essere campione di Judo).

La cultura russa è talmente diversa dalla nostra che qualsiasi critica mi pare sinceramente impossibile (e inaccetabile). Si può non essere d’accordo con i metodi (forse), ma la coerenza è innegabile. Per un occidente che è abituato a dare lezioni di umanità, mentre da sempre vive rubando alla parte povera del mondo, Putin non può che essere un nemico. Per un binomio Europa-Usa che gozzoviglia nell’ipocrisia della falsa democrazia, un uomo del genere è un pericolo.

Si, sono uno di quelli che ritiene positivo ciò che è stato compiuto in Cecenia. Le guerre si fanno con i morti, non con le foto dei bambini, questa è la realtà. Pochi mesi, tutto risolto. Siamo così (falsamente) occupati a difendere i diritti di tutti che restiamo immobili. Putin è sicuramente fatto di un’altra pasta, la Russia è fatta di un’altra pasta. E’ un paese dove, dal 2000 in poi, gli interessi economici vanno a beneficio del popolo, non ci siamo abituati.

A qualcuno questo machismo economico-culturale potrebbe sembrare arretrato, ma perchè? Noi siamo forse più avanti? Dovremmo fare un passo indietro e imparare da chi vive ancora legato ai valori delle “antiche” potenze. Poi sicuramente si potrà riprovare a fare nuovi passi avanti, magari stavolta, non con i piedi nella merda.