“Antologia Delirio – Terni e Narni Horror Fest” AA.VV.

Un po’ di storia (mia, si intende).
Prima di arrivare a pubblicare L’amico giusto partecipavo a diversi concorsi letterari, in prevalenza horror. Essendo l’horror una letteratura “di genere” (e in quanto tale maltrattata) i concorsi a essa dedicati sono pochi e quelli organizzati bene ancora meno. Io ne ho “frequentati” parecchi, tra cui il FiPiLi Horror, l’Esecranda e, appunto, il premio letterario Terni Horror (ora Terni e Narni Horror Fest).
[Momento nostalgia per chi ricorda il Dylan Dog Horror Fest].
Nel 2018 mi è capitato di vincerlo (ex aequo con Roberto Ciardiello), il Terni Horror, motivo per il quale ho tra le mani questa bella antologia che contiene anche il mio racconto.

Due parole, veloci, sul Terni e Narni Horror Fest.
Nato dalla passione di pochi amici che amano l’horror, diviene nel giro di cinque/sei anni un punto di riferimento per tutti gli amanti del genere. È una manifestazione che, oltre al concorso letterario, si occupa anche di cinema e di tutto quello che gravita attorno all’orrore. Pur mantenendo le sue radici genuine (e questa a mio parere è la sua forza) attrae a sé nomi importanti: l’anno scorso la presidentessa di giuria era Paola Barbato e prima ancora il mitico, e purtroppo scomparso, Tullio Dobner (tu sai quanto io ami lo Stephen King tradotto magistralmente da Dobner).

L’Antologia Delirio – Terni e Narni Horror Fest, curata da Fabio Mundadori, raccoglie tutti i racconti che si sono piazzati nei primi tre posti dal 2016 al 2019, oltre a tutti i finalisti del 2019. Un totale di 24 racconti, per circa 270 pagine. Siccome sono un esteta e un superficiale devo anche spendere qualche riga per dirti che l’edizione è parecchio curata per quanto riguarda la qualità dei materiali. Questo non è scontato perché spesso i concorsi, causa fondi limitati, si trovano a dover ripiegare su edizioni dall’aspetto economico. Non è questo il caso: carta di pregio, bella copertina, fisicità importante.

Come spesso mi è più volte capitato di notare, anche leggendo antologie di altri concorsi (vedi Trofeo Rill, altro premio fantastico), i racconti hanno quell’originalità che manca alle “normali” raccolte che si trovano in libreria. È come se la necessità degli autori di trovare qualcosa di nuovo da dire li portasse a uscire dai normali canoni di genere per scoprire territori nuovi, inesplorati, che possono solo essere entusiasmanti per chi legge e desidera uscire dai binari. Io poi amo l’alternanza nello stile e nel sottogenere, quindi ho trovato pane per i miei denti. Ti dirò che, pur vestando il mio vracconto il migliove dell’inteva antologia (da leggere con tono da saccente letterato), anche quelli degli altri autori se la cavano piuttosto bene! (Umiltà, il mio più grande pregio).
Scherzi a parte, il livello è alto, leggendo un racconto preso a caso si fa fatica a capire se questo possa essere un vincitore o solo un finalista.

Purtroppo l’anno della vittoria non ho potuto essere presente alla premiazione e, con questo libro tra le mani, mi dispiace ancora di più. Che dire, se hai la passione per la scrittura (horror) il Terni e Narni Horror Fest è una buona occasione, se invece non scrivi… leggi l’antologia!

“Storia memoria” di Alberto Delaini

Questa volta partirò con una premessa geografica. Cosa c’entra? Qualcosa c’entra, in ogni caso te la pippi…

Del lago di Garda ho sempre apprezzato maggiormente i paesi lungo le sponde laterali, rispetto a quelli più noti e modaioli situati sulla sponda meridionale. Sì, sì, lo capisco che Desenzano, Sirmione e Peschiera abbiano il loro fascino, ma lo sfoggio (consentimi il termine) disinibito delle loro bellezze è spesso accompagnato dal caos e dalla brutta gente (non in senso criminale, ma in senso assoluto) che li affolla nel fine settimana per sfoggiare auto, marchi e conti in banca. Come tu sai, io mal sopporto l’insicurezza e la stupidità e quindi ancora meno la transumanza di camicie e tacchi a spillo dei mononeurone. [E qui mi fermo, se no finisce che ti sfodero una sottopippa della pippa sugli ambienti naturali che vengono stuprati dal consumismo.] Tutto questo per dire che preferisco la tranquillità di paesi come Padenghe e Moniga, sul versante bresciano, o di Bardolino e Lazise, su quello veronese.

Lazise… alle fine ci siamo arrivati, dopo un’intro tanto “breve” da far invidia ai Pink Floyd. Già, perché Storia memoria è una autobiografia ambientata in gran parte, appunto, a Lazise (paese che, peraltro, è stato anche l’ambientazione della mia prima vacanza estiva senza genitori, ma facciamo che questo amarcord te lo resuscito in un’altra occasione).
Alberto Delaini, classe 1948, racconta la sua infanzia e la “vita di campagna” degli anni 50, rispolverando antiche abitudini e usanze di un’Italia appena uscita dalla guerra. Poche comodità, quasi nessuna automobile, tanta abilità nell’arrangiarsi.
Sì, lo so cosa stai pensando, che si possa cascare nel “si stava meglio quando si stava peggio” e forse, talvolta, con una certa nostalgia, il famoso detto è, se non esplicitamente citato, almeno sfiorato. Tuttavia non è mai una cosa fatta con saccenza o rabbia, quanto piuttosto con una buona dose di ironia e con la consapevolezza che indietro non si possa tornare.

Questo è quello che definirei un romanzo con un target geografico/anagrafico ben preciso. Io mi sono divertito nel leggerlo, perché ho riconosciuto come familiari alcune memorie vicine alla mia zona (ti ricordo che vivo in provincia di Brescia) spesso riportate dalle generazioni precedenti alla mia. Certo, fossi stato calabrese o laziale, difficilmente sarei riuscito ad apprezzarlo allo stesso modo… Di certo, per un lettore coetaneo dell’autore il bersaglio sarebbe stato centrato al 100%.

“127 ore – Intrappolato dalla montagna” di Aron Ralston

Sto cercando di riordinare le idee per capire da dove iniziare a parlarti di questo libro, ma la sintesi è che è una bomba. 127 ore (Between a rock and a hard place) è un romanzo di quelli che piacciono a me, dove si parla di montagna, avventura e sopravvivenza (a fine post ti elenco un po’ di titoli affini), ed è una storia vera. Aron Ralston è ufficialmente uno dei miei nuovi eroi. Ok, ora che ho scaricato l’entusiasmo mi ricompongo e vado per ordine.

Due righe sulla trama che, comunque, è presente in forma integrale nel risvolto della copertina, poiché è nota. Probabile peraltro tu abbia visto il film del 2010 di Danny Boyle con James Franco.
Aron Ralston è un arrampicatore esperto e nella sua vita non mancano certo le esperienze estreme. Una volta sta per venire mangiato da un orso, un’altra viene seppellito da una valanga, una quasi annega in un fiume, un’altra ancora rimane appeso per un soffio su un baratro di seiecento metri… insomma, un tipo tranquillo. Un giorno decide di avventurarsi nel Blue John Canyon, nello Utah, per un’escursione delle sue, composta da cammino a piedi, tratti in bici e scalate su roccia. Il programma è già abbastanza arduo così ma, nell’appoggiarsi su un masso incastrato tra due pareti, si trova a cadere insieme a questo sul fondo del canyon. Lì, la sua mano destra rimane incastrata tra il masso e la parete del canyon, a poco più di un metro da terra. Aron, che non ha informato nessuno su dove sarebbe andato a fare l’escursione, ci mette circa cinque giorni (le famose 127 ore, di cui 120 intrappolato) a decidere di amputarsi il braccio, unico modo per sopravvivere.

Foto originale scattata da Aron Ralston durante l’incidente.

Qualsiasi cosa io possa dirti non restituirà la potenza di questo libro. Aron Ralston è un personaggio unico e che sia speciale lo si capisce anche dai racconti precedenti al suo incidente, avvenuto nel 2003 quando aveva 28 anni. Nelle 350 pagine del romanzo (che per forza di cose non sono tutte “imprigionate” dal masso) Aron racconta anche altre esperienze nella natura selvaggia, mettendo in luce la sua continua ricerca del limite. E, chiariamoci, anche dopo l’incidente Aron non ha smesso di fare quello che faceva prima: ha indossato la sua bella protesi (in realtà tre diverse, a seconda dell’utilizzo) e ha continuato a cercarlo, quel limite.

Per capirci meglio:

Aron Ralston in arrampicata anni dopo l’incidente.

Durante la “permanenza” nel canyon, bloccato dalla pietra, Aron ha escogitato tutta una serie di strategie per sopravvivere il più a lungo possibile. Ha assemblato un’imbragatura sospesa per fare riposare le gambe e non stare sempre in piedi, ha provato a scalfire il masso con un coltellino (lo stesso che utilizzerà per amputarsi il braccio), ha filtrato l’urina per allungare la sua esigua riserva idrica. Senza parlare della forza psicologica che ha dimostrato, anche grazie a un continuo auto-incoraggiamento che si è imposto per non perdere la speranza. Se non ti bastasse tutto questo, considera che la lama di cui disponeva non era idonea per segare le ossa, quindi lui quelle ossa le ha spezzate, per poter lavorare solo su carne, muscoli e tendini. Fatto questo, per tornare alla vita, ha dovuto affrontare una discesa su parete (venti metri) e diversi chilometri di cammino nel deserto tra i canyon. Con un braccio appena amputato!

Mentre è intrappolato, Aron dispone anche di una videocamera con la quale registra una serie di filmati (su youtube se ne possono trovare alcuni). Saluta tutti, gli amici, i parenti e, ovviamente, dedica molto spazio ai suoi genitori. Nei rari momenti di abbandono, quelli in cui è convinto ormai di morire (nei cinque giorni perde circa 18 chili per la disidratazione), si occupa anche delle comunicazioni prettamente pratiche (oggetti da restituire, beni da donare, conti da saldare) lasciando tutte le dovute indicazioni per chi ritroverà il suo corpo.

Continuano a venirmi in mente altre cose da raccontarti per farti capire la potenza e la forza che deve avere avuto Ralston per riuscire a reagire in modo tanto determinato in una situazione così estrema. Come ti dicevo, tuttavia, questo è un libro da leggere, riportarlo qui non produce un decimo dell’effetto. Non farti influenzare dal film, inevitabilmente molto più superficiale, né dall’idea che possa trattarsi di una storia statica. Aron è fermo ma la sua cazzutissima mente gira a mille e, ti assicuro, girano anche le pagine.

Alcuni libri che ho letto e che ti consiglio se ti piace il genere avventura/bio/survivor:
Aria Sottile di Jon Krakauer
Nelle terre estreme di Jon Krakauer
La verità sul Titanic di Archibald Gracie
Wild – Una storia selvaggia di avventura e rinascita di Cheryl Strayed
Verso il polo con Armaduk di Ambrogio Fogar
Papillon di Henri Charrière

“Città delle illusioni” di Ursula Kroeber Le Guin

Di Ursula Le Guin ti avevo già parlato dopo la lettura del volumone che contiene tutta La Saga di Terramare, quando ancora l’autrice era viva. Già perché, purtroppo, la Le Guin nel frattempo è morta, per la precisione nel gennaio 2018. Vincitrice di cinque premi Hugo e sei premi Nebula, la scrittrice fa parte della storia del fantasy e della fantascienza, dove per storia si intende quel tipo di letteratura impegnata che tenta, attraverso la narrazione, di tramandare anche dei valori e dei significati altri. Insomma, ai giorni nostri, una rarità  quanto Bradbury (letto recentemente: Cento racconti – Autoantologia 1943-1980) o Asimov.

Città delle illusioni (1967) è il terzo romanzo del Ciclo dell’Ecumene (o hainita), una serie di storie ambientate in un futuro dove la specie umana si è diffusa per l’Universo e cerca di organizzarsi in una Lega chiamata “Lega di Tutti i Mondi”. L’uomo ha imparato a spostarsi a una velocità vicina a quella della luce (ma mai superiore) e ha fondato colonie che però hanno perso contatto con la propria origine, il pianeta Hain, dimenticando così la propria provenienza. In questo scenario si cerca di  riunire i pianeti sotto un unico ordine, l’Ecumene, appunto. La caratteristica interessante è che durante i viaggi a velocità straordinarie, così come ci ha insegnato Interstellar, il tempo subisce un rallentamento estremo per i viaggiatori, che si trovano quindi a dover affrontare differenze temporali enormi in pochi anni.

In Città delle illusioni un essere semi-umano esce da una foresta con la mente totalmente cancellata (il romanzo inizia così) e viene accolto da una comunità che lo rieduca dandogli un nome, Falk, e insegnandogli persino a parlare. Nel cielo volano gli aeromobili dei Shing, dittatori silenti del pianeta, che concedono una vita pacifica finché non li si contrasti. Falk deve però capire chi sia e si mette quindi in viaggio verso la città dei Shing, Es Toch. Durante il cammino incontrerà una donna, Estrel, che sembrerà aiutarlo… Mi fermo.

Come già per Terramare anche qui la Le Guin usa la storia per parlare di altro, nello specifico di razza e di diversità. E sulla bontà di tutto questo non ci sono dubbi e potremmo tranquillamente chiuderla qui.
Tuttavia Città delle illusioni è stato un romanzo che ho fatto parecchia fatica a portare avanti, non mi ha quasi mai incuriosito e procedere nella lettura è stata più un'(auto)imposizione che un piacere. Se con Terramare il confronto, ben riuscito, era con il fantasy di Tolkien qui, invece, il riferimento più immediato è quello alla lunghissima e inimitabile saga di Asimov [saga che ho iniziato leggendo tutto il Ciclo dei Robot e dell’Impero, li trovi in giro per il blog, e che porterò ovviamente avanti con la Fondazione]. E, insomma, Asimov è Asimov.

Detto questo, ho già sullo scaffale della libreria La mano sinistra delle tenebre, quarto romanzo del Ciclo dell’Ecumene (che, come avrai capito, non richiede particolare lettura cronologica) e univerasalmente noto come il capolavoro della Le Guin.
Vedremo se mi farà appassionare di nuovo.