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“Storia memoria” di Alberto Delaini

Questa volta partirò con una premessa geografica. Cosa c’entra? Qualcosa c’entra, in ogni caso te la pippi…

Del lago di Garda ho sempre apprezzato maggiormente i paesi lungo le sponde laterali, rispetto a quelli più noti e modaioli situati sulla sponda meridionale. Sì, sì, lo capisco che Desenzano, Sirmione e Peschiera abbiano il loro fascino, ma lo sfoggio (consentimi il termine) disinibito delle loro bellezze è spesso accompagnato dal caos e dalla brutta gente (non in senso criminale, ma in senso assoluto) che li affolla nel fine settimana per sfoggiare auto, marchi e conti in banca. Come tu sai, io mal sopporto l’insicurezza e la stupidità e quindi ancora meno la transumanza di camicie e tacchi a spillo dei mononeurone. [E qui mi fermo, se no finisce che ti sfodero una sottopippa della pippa sugli ambienti naturali che vengono stuprati dal consumismo.] Tutto questo per dire che preferisco la tranquillità di paesi come Padenghe e Moniga, sul versante bresciano, o di Bardolino e Lazise, su quello veronese.

Lazise… alle fine ci siamo arrivati, dopo un’intro tanto “breve” da far invidia ai Pink Floyd. Già, perché Storia memoria è una autobiografia ambientata in gran parte, appunto, a Lazise (paese che, peraltro, è stato anche l’ambientazione della mia prima vacanza estiva senza genitori, ma facciamo che questo amarcord te lo resuscito in un’altra occasione).
Alberto Delaini, classe 1948, racconta la sua infanzia e la “vita di campagna” degli anni 50, rispolverando antiche abitudini e usanze di un’Italia appena uscita dalla guerra. Poche comodità, quasi nessuna automobile, tanta abilità nell’arrangiarsi.
Sì, lo so cosa stai pensando, che si possa cascare nel “si stava meglio quando si stava peggio” e forse, talvolta, con una certa nostalgia, il famoso detto è, se non esplicitamente citato, almeno sfiorato. Tuttavia non è mai una cosa fatta con saccenza o rabbia, quanto piuttosto con una buona dose di ironia e con la consapevolezza che indietro non si possa tornare.

Questo è quello che definirei un romanzo con un target geografico/anagrafico ben preciso. Io mi sono divertito nel leggerlo, perché ho riconosciuto come familiari alcune memorie vicine alla mia zona (ti ricordo che vivo in provincia di Brescia) spesso riportate dalle generazioni precedenti alla mia. Certo, fossi stato calabrese o laziale, difficilmente sarei riuscito ad apprezzarlo allo stesso modo… Di certo, per un lettore coetaneo dell’autore il bersaglio sarebbe stato centrato al 100%.