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“Tutto Sherlock Holmes” di Arthur Conan Doyle

Avevo iniziato il mammut-malloppone l’anno scorso, devo ammettere con pregiudizi sbagliatissimi. Questa “bibbia” racchiude tutto lo scibile riguardo allo Sherlock Holmes originale, ossia quello di Arthur Conan Doyle, in comodissime e praticissime (2 kg da portare in spiaggia) 1200 e passa pagine scritte in micronico. L’ho alternato ad altre letture per variare, ma devo dire fin da subito che, ora che ho terminato, Holmes e il fidato Watson già mi mancano.

Nel volume sono comprese tutte le opere (4 romanzi e 56 racconti), quindi:
• Uno studio in rosso
• Il regno dei Quattro
• Le avventure di Sherlock Holmes
• Le memorie di Sherlock Holmes
• Il mastino dei Baskerville
• Il ritorno di Sherlock Holmes
• La valle della paura
• L’ultimo saluto
• Il taccuino di Sherlock Holmes

Da ragazzino avevo letto Il mastino dei Baskerville, e ricordo che mi era piaciuto moltissimo, ecco, non è cambiato nulla. Doyle ti prende sia nei racconti che nei romanzi, non puoi sfuggire. E’ chiaramente una lettura “classica”, pulita, ma è comunque coinvolgente ed ogni volta ti fa sentire a casa grazie alla ritualità ripetitiva della costruzione della storia, all’ormai notissimo metodo deduttivo (che ricordiamo, ha inventato proprio Doyle) e alla consapevolezza dell’infallibilità dell’investigatore e alla fedeltà del suo amico Watson, che è poi colui che nella narrazione si occupa di mettere per iscritto le avventure.

Non si può aggiungere nulla oltre a quanto detto, Doyle è un incredibile maestro, sono rimasto davvero stupito, mi aspettavo qualcosa di noioso ed invece ho dovuto totalmente ricredermi. Spesso di Holmes si ricorda solo l’intuito incredibile ed il metodo deduttivo, ci sono però migliaia di sfaccettature meno note ed altrettanto interessanti, ad esempio la dipendenza dell’investigatore dalla droga quando è inattivo o la capacità camaleontica di travestimento o ancora la passione per gli esperimenti in ambito chimico.

In definitiva con pochi euro di investimento ti si apre un mondo intero da cui non vorrai più uscire, rateizzabile in diversi mesi di lettura. Se proprio dovessi essere pignolissimo ho trovato gli ultimi due libri leggermente sotto tono rispetto al resto, ma è proprio un voler trovare il pelo nell’uovo..

“A sangue freddo” di Truman Capote

Da qualche tempo ero alla ricerca di un trattato serio e completo sui serial killer, poichè suscitano da sempre il mio interesse. Hai presente quando fanno quei documentari su Bundy/Dahmer/Manson/ecc. sulle reti secondarie? Ecco, io non riesco a scollarmici. Durante la mia caccia al tesoro (che ha portato al risultato del malloppissimo I serial killer di Mastronardi e De Luca, già ordinato) continuavo ad imbattermi nel romanzo di Capote. A un certo punto, viste anche le continue positivissime recensioni che mi si spiattellavano davanti agli occhi, non ho più avuto scelta, ho dovuto comprarlo e leggerlo (i serial killer comunque non c’entrano molto).

Ripeto: recensioni positivissime, ovunque e sempre. Effettivamente non si può certo dire che sia un brutto romanzo. Tuttavia, forse a causa dell’enorme aspettativa, ho trovato comunque che mancasse qualcosa, anche se non saprei definire bene cosa. O meglio, è mancato quel qualcosa che mi fa mollare tutto ogni due minuti per andare avanti a leggere, ecco. E’ un romanzo con alti e bassi fortissimi, ci sono effettivamente dei momenti in cui non ci si riesce a staccare dal libro alternati ad altri molto noiosi. Credo che un centinaio di pagine in meno (su 400) non avrebbero guastato.

La storia è nota: il massacro della famiglia Clutter in Arkansas nel 1959 ad opera di due delinquenti, “amichevolmente” Perry e Dick, per futili motivi. Ovviamente all’epoca fu uno scandalo incredibile, cosa che ad oggi invece succede tranquillamente giorno si e giorno si in qualsiasi provincia, senza particolare eco mediatica. (O con particolare eco mediatica, dipenda dai punti di vista, vedi tutta la TV spazzatura come “Quarto grado”, ecc.)

clutter family

Uno dei pregi del romanzo è sicuramente proprio quello di riportarti in un contesto storico “puro” dove ancora il Male era indicabile con il dito indice e confinabile in un angolo. E’ evidente l’enorme differenza dei nostri anni con quelli di allora. Inoltre Capote descrive tutti i personaggi, dalle vittime agli assassini ma passando anche dalla postina del paese, facendoti sentire parte della comunità, non celando nulla, ti sembra di abitare a Garden City, dove tutto è successo. In questa precisa e minuziosa descrizione non mancano attimi molto coinvolgenti, come il momento del ritrovamento dei quattro cadaveri o le fasi del processo ai killer.

Tuttavia il resoconto è fortemente romanzato. Chi cerca un libro d’inchiesta resterà quindi forse deluso. Troppe descrizioni sentimentali, troppe riflessioni e soggettività. Ogni poco ci si chiede quante siano le supposizioni dell’autore e quante le reali informazioni carpite dalle interviste ai personaggi. Questa ibridazione tra due generi è quindi difficile da mandare giù per chi, come me, ama o la narrativa o i fatti oggettivi. Sembra di mescolare Il mostro di Michele Giuttari con Il miglio verde di Stephen King, per capirci.

E’ evidente, soprattutto nella parte finale, la totale avversione di Capote alla pena di morte (in questo caso per impiccagione) supportata tramite facili “giochi” sulla commiserazione dei due personaggi, soprattutto di Perry Smith. Ognuno può pensarla come vuole e il dibattito è infinito, tuttavia ritengo ci siano casi in cui esistano veramente, se non nulle, pochissime giustificazioni. Queste bestie sono entrate in una casa con il chiaro intento di “non lasciare testimoni”, dopodichè hanno imbavagliato e ucciso quattro persone collaboranti, tra cui due ragazzini. Sapevano di essere in Arkansas e della esistenza della pena di morte, quindi la scelta di essere condannati a morte l’hanno effettuata loro nel momento in cui hanno premuto il grilletto, non il giudice, la giuria, o chiunque altro. Ovvio che poi, all’ombra del cappio, sembrino tutti agnelli.

“12 anni schiavo” di Solomon Northup

Penso che scriverò in merito a questo il libro in modo un po’ sparso, così è.

Mi aspettavo un polpettone, essendo stato scritto nel 1853, invece sono stato piacevolmente sorpreso dallo stile fresco (per quanto si possa parlare di stile fresco considerato il tema) e dalla leggerezza con cui sono descritti i 12 anni di schiavitù a cui è stato sottoposto il protagonista, dopo essere stato rapito e privato della identità di uomo libero.

Avevo già visto il film di McQueen, bellissimo come tutti i suoi film, e dopo aver letto il libro non posso che apprezzarne ancora di più la regia. E’ uno di quei pochissimi casi in cui romanzo e trasposizione cinematografica si equivalgono, leggere il libro dopo il film devo ammettere che risulti quasi inutile (dal punto di vista conoscitivo), se non per sentire la storia dalle parole esatte di chi l’ha vissuta.

Questo romanzo ti consente di avere una visione precisa di cosa fosse la schiavitù in quegli anni, anche perchè chi scrive è una persona di cultura, cosa generalmente impossibile perchè gli schiavi venivano appositamente mantenuti nell’ignoranza più totale per evitare problemi. Solomon è invece un uomo che ha studiato, suona il violino e ha doti di artigiano. In realtà si intuisce una certa censura dovuta all’epoca, che limita i sopprusi subiti dagli schiavi alle frustate o comunque a punizioni “descrivibili”. Ma è chiaro, quando si parla di padroni “lussuriosi”, quali altre punizioni dovessero subire. Il padrone ha sullo schiavo qualsiasi diritto.

E’ una sorta di Fuga dal campo 14 del 1850. Quando l’uomo è ridotto in schiavitù il tempo sembra fermarsi, le differenze sono infatti minime a 150 anni di distanza. Quello che più mi colpisce di questi due libri è il concetto, più volte espresso in entrambi i romanzi, secondo cui chi nasce schiavo soffre molto meno rispetto a chi ha avuto modo di conoscere la libertà. E anche così non è forse ben detto. Più precisamente, chi nasce schiavo anela poco alla libertà, non la desidera come ci si aspetterebbe dovrebbe essere, non la immagina, non ha idea di cosa sia. Quello che io mi chiedo, o meglio, che chiedo a te perchè io la mia risposta la conosco, è questo: ormai è chiaro che siamo tutti schiavi, in modo più subdolo e meno cruento di Solomon certo, ma quanto siamo realmente coscienti di esserlo? Dove si ferma la nostra capacità di immaginare una reale libertà mai vista e provata?

“Le correnti dello spazio” di Isaac Asimov

Eccomi a concludere il Ciclo dell’Impero, dopo Paria dei cieli e Il tiranno dei mondi ho terminato la trilogia con Le correnti dello spazio, il più breve romanzo dei tre e, a mio parere, anche il meno entusiasmante.

Non mi dilungherò molto, non ho in realtà tanto da dire in più rispetto a quanto ho già scritto per gli altri due romanzi del Ciclo. Tuttavia ho trovato l’intera storia un po’ più freddina, senza grandi coinvolgimenti emotivi, né da parte mia ma nemmeno da parte dei protagonisti. In realtà i personaggi principali sono più di uno e non sono riuscito ad affezionarmi a nessuno di loro, questo ha creato un bel distacco che non mi ha consentito di appassionarmi, come è successo invece per i precedenti capitoli. C’è molto intrigo politico e burocratico in questo Le correnti dello spazio, l’azione c’è ma non si avverte la tensione degli eventi, anche perchè tutta la narrazione è un continuo salto da un evento/luogo/personaggio all’altro, con una cronologia leggermente sovrapposta in alcuni punti, dove troviamo la descrizione di reazioni ad accadimenti che vengono solo successivamente descritti.

La trama la trovi su wiki, sappi che parla di un uomo a cui è stata cancellata la memoria poichè possedeva informazioni importanti per quanto riguarda la distruzione di un pianeta, fondamentale per il commercio di un materiale pregiatissimo di cui è unico produttore nell’Universo. Chi e perchè gli ha cancellato la memoria? Intrighi, ribaltoni, politica.

E’ sempre Asimov, ovvio, quindi la genialità nel creare e rendere plausibile un mondo, anzi, un Universo, articolato e complesso è incredibile. Posso però dire che tra i suoi libri che ho letto fino ad ora (non tanti in realtà, 8 o 9) questo è quello che mi è piaciuto di meno. E’ quel romanzo che mi farebbe dire: “Ah non hai mai letto Asimov, è un genio, però non iniziare da Le correnti dello spazio perchè ti faresti un’idea sbagliata”.

“Il tiranno dei mondi” di Isaac Asimov

Prosegue la mia avventura galattica nel Ciclo Asimoviano, in particolare nel Ciclo dell’Impero (il Ciclo dei Robot l’ho letto prima di iniziare a scrivere su questo blog). Dopo Il paria dei cieli ho affrontato quindi in ordine cronologico (di scrittura) Il tiranno dei mondi. A breve leggerò Le correnti dello spazio, concludendo questa trilogia, per poi FINALMENTE arrivare al Ciclo della Fondazione, che non vedo l’ora di scoprire.

L’unica pecca del libro (e dopo procediamo ad inchinarci) non dipende ovviamente da Asimov, che è un genio assoluto e inimitabile del genere, ma nella traduzione del titolo. Il titolo originale è infatti The Stars, Like Dust (tradotto solo in poche edizioni in Stelle, come polvere) assolutamente più poetico e in linea con l’opera. Ma è una puntualizzazione fatta apposta per essere scassacazzo, chiariamoci.

Come al solito non starò a snocciolare la trama, composta da avventure, intrighi e viaggi stellari. Quello che lascia sempre a bocca aperta è il contesto in cui si svolge la vicenda, come viene storicizzato e reso coerente in millenni di storia dell’Umanità ormai alla conquista dell’Universo. Attualissimo direi anche il tema dei Tiranni che dominano su una serie di pianeti, dove ogni pianeta reclama la propria dignità e indipendenza dall’impero centrale. In questa gigantesca costruzione non manca comunque la visione dell’Uomo nel suo piccolo, con la storia d’amore e le conseguenti gelosie e paure del singolo individuo. L’avventuriero e la principessa, tema ripetuto in molte narrazioni, rivive qui ricordando una sorta di Guerre Stellari meglio costruita.

Non riesco ad esprimere bene ciò che Asimov crea nel lettore, o comunque in me in particolare. Quello che mi fa adorare questo scrittore è che, mentre l’adrenalina cresce nella trama, gli intrighi si infittiscono, la politica fa il suo orribile corso (come la nostra) e l’amore ha suoi alti e bassi, riesco a sentire costantemente, in sottofondo a tutto questo, il vuoto, il silenzio e la desolazione dello Spazio che avvolge tutto. Asimov riesce a far apparire piccolo anche un impero galattico composto da molti pianeti, come a ricordare, appunto, che in confronto all’infinito siamo granelli di polvere.

“Sventura” di Chuck Palahniuk

Quando devo scrivere di un libro e continuo a pensare “dai, fai vedere che ci sono dei lati positivi” non è certo un buon segno. Il mio attaccamento a Palahniuk rischia di distorcere la realtà e portarmi su posizioni poco obiettive. La prima grande verità è che in queste 334 pagine di romanzo ci sono almeno 100 pagine di troppo. Ma andiamo per gradi.

Sventura è il secondo capitolo della Trilogia Dantesca di Palahniuk, iniziata con Dannazione (di cui ti avevo parlato QUI). La verginella Madison, uscita dall’Inferno, si aggira per la Terra sotto forma di fantasma, scoprendo che i suoi famosissimi genitori (una sorta di coppia Pitt-Jolie) hanno fondato una religione, il burinismo, caratterizzata dalla totale adesione alla volgarità (parolacce, rutti, scorregge..). In un crescendo che potrebbe portare all’estinzione della razza umana, Madison deve cercare di impedire il trionfo del burinismo, inseguita da Satana e da una cerchia di fantasmi che la consigliano (un po’ come l’angelo buono e l’angelo cattivo). Trama leggera e forte critica sociale, ossia tutto quello che mi era piaciuto in Dannazione. E fino a qui tutto bene.

Ma.

Ma Sventura (che, ricordo, si presentava potente come Fight Club e Soffocare: vaffanculo) è pesante, prolisso e poco coinvolgente. Palahniuk si affida ancora al suo insuperabile modo di scrivere tralasciando i contenuti. Come anticipato, forse la soluzione doveva essere quella di tagliare, per riportare il romanzo alla metratura standard delle precedenti opere. A un certo punto mi sono trovato dentro a un flashback interminabile di qualche decina di pagine (intendo 50/70 pagine, non so), evitabilissimo. Certo, c’è la scena del glory hole che rimane fantastica..

Poco da dire, se ci metto un mese a leggere un libro, o è Il signore degli anelli, o non mi è piaciuto e ho letto giusto quelle 10 pagine al giorno sul water per poterlo finire. Spero che la terza parte della trilogia sia più simile alla prima, spero che questo contrasto tra Dio e Satana sia davvero entusiasmante, anche se deve essere parecchio difficile fare del fantasy su della mitologia fantasy.

“Bone – Il mistero della scintilla – Libro Primo” di Jeff Smith e Tom Sniegoski

Io lo so che finirò con il parlarti di Bone di Jeff Smith invece che del libro, perchè è uno dei migliori fumetti che abbia mai letto, ma comunque ci proviamo. Cioè, Bone è fantastico, non ci sono cazzi. Dicevo? Ah si, il Mistero della scintilla. Però Bone è inimitabile dai, con le sue 1300 pagine è una sorta di Signore degli anelli dei fumetti in chiave comica, anche se bisogna dire che nonostante le risate mantiene un concetto molto serio e profondo di Bene e Male. Insomma è inarrivabile.

Il mistero della scintilla..

Allora, questo è il primo libro di una trilogia di romanzi illustrati da Smith e scritti da Sniegoski, nati come costola del fantasticissimo Bone. Se non hai letto il fumetto non prendere neanche in considerazione questi romanzi, prima devi leggere il fumetto, poi cercherai di ritrovare la magia nelle altre letture. Già perchè da Bone sono nate altre pubblicazioni (che non ho ancora letto) sempre edite da Bao che ha curato anche l’omnibus a fumetti, tra cui Racconti intorno al fuoco, La principessa Rose e L’arte di Bone. Sto divagando di nuovo.

Questo libro è un libro per ragazzi, ma ragazzi minuscoli, tipo 9/11 anni. Amarezza, tristezza e rassegnazione. Ero galvanizzato dalle 220 pagine, sperando, vista la mole, che non si trattasse di una storia per bambini, ma non c’è stato nulla da fare. Oddio, chiariamo, un ottimo libro per il suo target, ma la magia di Bone non si è ripetuta. Mi rimane la speranza che, uscendo i tre libri della trilogia ad anni di distanza, avvenga il fenomeno Harry Potter, cioè che gli autori facciano crescere la storia assieme ai lettori rendendola più adulta con le successive puntate. Ma temo che questa speranza sia solamente il voler giustificare il collezionista che è in me e che acquisterà anche i due libri successivi per soddisfare il bisogno di completezza della collezione.

La storia è talmente semplice che se te la racconto finisce subito. Quindi non te la racconto. I protagonisti la vivono come una grande e lunga avventura, ma tanto lunga non è, se non nella mente di un eventuale lettore molto giovane, appunto. Insomma, se hai un nipotino è un libro che consiglierei sicuramente, sarà sicuramente soddisfatto e divertito. Se sei un collezionista è inutile che ti dica qualsiasi cosa, farai quel cazzo che ti impone la malattia (hanno anche curato un’edizione davvero bella fisicamente, solida, lo sanno che non si resiste, i furboni). Se invece hai letto Bone occasionalmente non cercare di recuperare un amore finito, sappiamo entrambi come sono gli strascichi. I disegni di Smith non sono molti e anche questi sono adeguati al target, nulla a che vedere con.. ci risiamo.

Non so se si evince da quel che ho scritto.. ma vorrei essere chiaro visto che siamo alla fine così che non siano dubbi: Bone è MITICO!

“Paria dei cieli” di Isaac Asimov

Ci è mancato poco che l’ordine di lettura del Ciclo dell’Impero mi facesse venire un anacoluto al cervello (lo so che è una figura retorica, ma senti come suona bene). Ho scelto alla fine di leggerli nell’ordine cronologico di scrittura, e quindi: Paria dei cieli (1950), Il tiranno dei mondi (1951) e Le correnti dello spazio (1952). Ordine confutato dallo stesso Asimov che in Preludio alla Fondazione (1988) indica la corretta lettura in senso esattamente inverso, in disaccordo con i lettori che propongono un ulteriore terzo ordine di lettura.. Insomma, ci siamo capiti. Son sicuro che a leggerli così come sono usciti all’epoca non si sbaglia, dai.

Detto questo, il romanzo è ovviamente spettacolare. (La trama col cazzo che te la racconto, perchè è asimovianamente incasinata, quindi se vuoi te la vai a recuperare su wiki.) Quello che conta è che, come fino ad ora mi è capitato leggendo i libri di Asimov, non si tratta unicamente di narrazione pura senza alcuna morale. Infatti a dominare il romanzo è il concetto di superiorità o meno della razza, in questo caso della Terra nei confronti delle razze della Galassia. Ricorda che siamo nel 1950, quindi il tema è ancora più che mai caldo ed attuale. Questo non significa che si tratti di un polpettone, anzi, l’impressione è che Asimov “la butti un po’ lì”, per fare riflettere divertendo, così come farebbe un buon maestro insegnando un gioco istruttivo a un discepolo, forse conscio che le masse non hanno molta voglia di impegnarsi psicologicamente in riflessioni troppo estranee alla narrazione (ma questo lo dico io eh). Ovviamente tanta scienza, ben spiegata, caratterizza tutto il resto della storia.

Una postilla divertente a fine libro mi ha dato l’idea di un Asimov “precisino”. Tutta la vicenda si svolge sulla Terra che, per ragioni imputabili a una probabile guerra nucleare del passato, è radioattiva. Ne conseguono varie attenzioni dei personaggi alle radiazioni e alla convivenza con esse (tipo le mutande di piombo..). Asimov a fine libro, qualche anno dopo, ci tiene a specificare che all’epoca non era ancora così chiaro come le radiazioni potessero influenzare la vita, ma che l’esperienza a lungo termine di Hiroshima gli ha fatto capire che ci sono diverse incongruenze scientifiche nel libro riguardo questo tema. Chiede quindi al lettore la sospensione dell’incredulità per tutta la parte riguardante la radioattività. Come dire, milioni di pianeti conquistati, ma il tutto in modo razionale, coerente e credibile.

Io, invece, devo sospendere l’incredulità per poter immaginare che, anche solo tra 100 anni, l’intera umanità non sia già estinta.

“Mi chiamo Chuck” di Aaron Karo

La prima volta che ho visto Mi chiamo Chuck in libreria ne sono stato attratto, ma il prezzo di copertina di 12 euro, unito al fatto che fosse un romanzo per young adults, mi aveva fatto desistere dall’effettuare l’acquisto. Poi però, qualche giorno fa, l’ho ribeccato su eBay a 5 euro spedizione inclusa, e allora non ho resistito. E devo dire che non sono pentito.

Si, è un romanzo per ragazzi, si legge tranquillamente in tre ore perchè, pur avendo 280 pagine, ha l’interlinea a doppia senso con corsia d’emergenza (e piazzola di sosta) e i caratteri in dimensione extralarge. Insomma è proprio leggerino, ma è molto piacevole. C’è anche da dire che ho una certa passione per i romanzi di formazione, basti pensare che Il giovane Holden rimane uno dei miei libri preferiti in assoluto.

La storia è semplice e non molto originale. Chuck è un ragazzino sfigato e nerd di 17 anni, con un amico sfigato quanto lui, una sorella che non lo caga mai e un’esistenza ai margini dell’impopolarità totale in ambito scolastico (fa parte del club dei secchioni), dove i soliti bulli “bulleggiano” a scapito suo e dei suoi pochi amici. Scopre l’amore e questo pian piano cambia le cose, ed è il motore del miglioramento del personaggio in tutta la storia. Fine, non spoilero dai. L’originalità consiste nel fatto che Chuck soffra di un disturbo ossessivo-compulsivo. Presente? Quelli che si lavano le mani 8000 volte, contano il numero delle pippe (lo fa) e hanno problemi nei contatti fisici. Ecco. Il disturbo psichico è il coprotagonista del romanzo, pur sempre rimanendo il tutto in una chiave di comicità e leggerezza.

Il pregio di questo romanzo di Aaron Karo è proprio l’analisi della malattia del protagonista, e di come questa condizioni i rapporti di Chuck con la sua famiglia, i suoi amici e l’amore. E’ una novità e soprattutto l’argomento è affrontato senza mai risultare pesante ma anzi, con molta autoironia da parte di Chuck stesso che narra in prima persona. Il lato meno positivo invece è che tutto il resto sia molto stereotipato, a partire dagli altri personaggi del romanzo che non presentano una grande profondità psicologica. Ad esempio il bullo fa il bullo perchè è un bullo, stop. E’ pur sempre un romanzo per ragazzi certo, ma credo che qualcosa di più dal contesto si sarebbe potuto spremere. Inoltre forse l’età di 17 anni è un pochino fuori mira verso l’alto, il protagonista (& co.) potrebbe avere anche 15 anni, e due anni a quell’età contano parecchio..

E’ comunque un romanzo che mi ha riportato per un po’ alla giovinezza, divertendomi, una buona lettura per staccare e svagarsi senza grandi pretese.

“Il bazar dei brutti sogni” di Stephen King

La copertina, bellissima e finalmente fedele all’originale, mi ha conquistato subito. Poi nel prendere in mano il libro, bè, è gommoso, ho detto tutto. A livello visivo e tattile Il bazar dei brutti sogni ha già vinto ancora prima di iniziare a leggerlo. Il resto è facile.

20 racconti in cui il Re passa come sempre da un argomento all’altro, sondando tutti gli aspetti dell’animo umano. L’orrore, nel senso classico, è presente in circa la metà delle storie, anche se, per ovvie ragioni di marketing, ormai King è conosciuto come romanziere del terrore. Chi lo conosce davvero sa bene ormai che nella maggior parte dei casi non si parla di vampiri o zombie. L’orrore è quello umano, quello che si nasconde dentro ognuno di noi e che Stephen descrive benissimo, e che ovviamente fa più paura. L’orrore della solitudine, della rassegnazione, della vita sprecata, della paura della morte. Tanti sono i tipi di orrore, e anche se molti “hanno i denti” quelli più spaventosi sono meno facili da riconoscere.

Ho visto che diversi lettori si lamentano poichè in questa raccolta sono presenti molti racconti già pubblicati. Sarà anche vero, ma sono racconti pubblicati a puntate online o su giornali che io non avevo mai letto. Di King ho letto tutto (mi mancano 3/4 libri, che sono in lista..) ma non ho mai inseguito la singola pubblicazione “speciale” sulla rivista, ecc.. quindi credo che, se sei un appassionato “normale”, resterai soddisfatto dal materiale presente. E’ anche un’occasione per leggere diverse traduzioni in breve periodo, e di accorgersi che la magia non la fa il traduttore..

Senza spiegazioni o anticipazioni, ti consiglierei, se credi che King sia uno scrittore “di genere”, di provare anche il solo racconto Premium Harmony, che è corto, non impegna tanto e lo puoi leggere senza sentirti ucciso dalla mole delle sue 10 pagine.

Sicuramente il meglio il Re lo offre nei romanzi, e più sono lunghi e articolati meglio è, tuttavia questo Bazar mi è piaciuto comunque e ha felicemente intervallato la trilogia poliziesca/noir che sinceramente mi sta stufando. Resta comunque il fatto che, come si suol dire, la cosa più importante non è la meta ma il viaggio, di conseguenza, per uno come King che è molto bravo a farti viaggiare su chilometraggi da 800 pagine, il racconto resti qualcosa di ancora un gradino sotto la media. Ecco, se proprio dovessi dire qualcosa di negativo, è che nel racconto ci si aspetta spesso il colpo di scena finale, considerata la sua breve lunghezza, e non un piccolo viaggio in cui la meta conta poco.