“La briscola in cinque” di Marco Malvaldi (serie BarLume)

Le mie future letture si presentano tutte parecchio impegnative dal punto di vista quantitativo, nel senso che spaziano tra le 600 e le 2000 pagine l’una (alcuni titoli sul comodino: The Outsider, Rumo e i prodigi nell’oscurità, Il nome della rosa, Il conte di Montecristo, l’opera omnia in Mammut di Lovecraft…). Ho quindi deciso di intervallare questi enormi tomi con qualcosa di più rilassante, leggero e veloce. In poche parole tu, fedele follower, ti pipperai nel tempo tutta la serie del BarLume di Malvaldi, che si presta benissimo alla funzione.

Ti faccio anche un’altra premessa, la premessa bis. Ho scoperto Malvaldi attraverso la serie in tv de I delitti del BarLume, tratta dai suoi gialli, che mi ha divertito parecchio. Inoltre, post lettura, posso anche dire che gli attori sono azzeccatissimi, Filippo Timi in primis. Per fortuna la mia memoria, degna di Guy Pearce in Memento, mi consente di dimenticare qualsiasi cosa, soluzione del caso compresa, lasciandomi quindi la curiosità di scoprire chi è l’assassino.

Venendo a La briscola in cinque (2007) la trama è semplice. Nell’immaginario paesino toscano di Pineta viene ritrovato il cadavere di una ragazza in un cassonetto. Chi l’avrà uccisa? Perché? Di più non dico, è un giallo…
La parte originale è che a svelare i misteri e gli intrighi sia Massimo, il barista del BarLume, costantemente impegnato a tenere a bada quattro ottuagenari fruitori del suo locale, novelli investigatori. Il tutto condito da battute in toscanaccio, leggere e divertenti.

Insomma, è chiaro che siamo di fronte a una via di mezzo tra un giallo e un romanzo comico, ma se cerchi qualcosa di non impegnativo per svagarti e fare qualche risata, è il libro giusto. E poi consente comunque, durante la lettura, di azzardare qualche ipotesi su chi sia il colpevole, mantenendo un po’ attivo il cervello.

Della serie del BarLume per ora sono editi sette romanzi e una raccolta di racconti. Io ho già i primi cinque, quindi con il tempo arriveranno anche gli altri. Il prossimo che leggerò, in ordine cronologico, sarà Il gioco delle tre carte (2008), che sarà probabilmente anche un pochino più strutturato, poiché più lungo. Vedremo.

Ora, invece, devo decidere quale degli altri libroni leggere tra quelli in attesa. Credo Rumo, ma chissà…

“Duma Key” di Stephen King

Hai presente Tom Hanks in Cast Away che si tiene un pacchetto FedEx da parte e non lo apre mai? Quel pacchetto rappresenta la speranza, è un messaggio abbastanza semplice. Ecco, per me Duma Key era più o meno come quel plico non aperto, assieme ad altri (ormai solo) tre libri di Stephen King che ancora non ho letto. Se il Re dovesse morire domani io avrò comunque quei romanzi in libreria ancora da sverginare, potrò centellinarli nell’arco di una vita. Sì ok, tra due giorni esce The outsider, ma quello lo sappiamo che lo leggerò subito…

Bene, Duma Key.
Ora, la (sotto)trama è talmente intricata e complessa che non è completa neppure su Wiki italiana, questa volta devo dirti che, se desideri leggerla per esteso, lo devi fare in inglese su Wiki.com. Io ti metto giusto due righe così, per sapere di cosa stiamo parlando.
Edgar Freemantle è un imprenditore edile milionario che, a seguito di un incidente in cantiere, perde un braccio, quasi una gamba e quasi l’uso del linguaggio. Imparerà però a dipingere, solo che i suoi quadri comunicano qualcosa, o forse è qualcosa che comunica attraverso i suoi quadri… Il tutto avviene su un’isola, Duma Key appunto, dove l’uomo riscopre l’amicizia, cerca in qualche modo di ristabilire i contatti con la propria famiglia e scopre che il suo “dono” non è solo suo e che anzi, non è il primo a comunicare con questo qualcosa attraverso l’arte. C’è infatti una vecchia signora sull’isola che, da bambina, negli anni ’20… Mi fermo.

A mio parere gli anni che vanno dal 1993 al 2007 rappresentano i peggiori dal punto di vista della produzione di King (se escludiamo Il miglio verde). Duma Key, alla fine di questo periodo, ha riaperto una fase più positiva, più coinvolgente. Ero terrorizzato, viste anche le 740 pagine, di trovarmi di fronte a un gigantesco Rose Madder (non so perché, ma avevo questa idea), invece ho avuto una sorpresa con i controcazzi. Questo romanzo ti tiene incollato dalla prima all’ultima pagina.
Come spesso accade l’abilità di King non sta solo nella storia quanto anche nel costruire personaggi veritieri, a cui ti affezioni, e sono questi a diventare interessanti una volta calati nella situazione particolare. Ti chiedi: ok, ora che lo conosco e so come pensa e cosa prova, come reagirà a questo particolare stimolo? La trama diventa in alcuni momenti quasi secondaria.

King in qusto romanzo affronta anche due temi che conosce bene. Il primo è l’arte e la creatività dell’artista. Certo, lo scrittore diventa pittore, ma poco cambia. Il secondo è la capacità di rialzarsi dopo una caduta, oltre alla difficoltà della riabilitazione. Non a caso il protagonista riporta, in seguito all’incidente, dei danni davvero molto simili a quelli che lo stesso scrittore ha subito nel 1999, quando è stato quasi ucciso dal minivan che lo ha investito durante una delle sue passeggiate.

Se vogliamo trovare una pecca a Duma Key è il finale (di cui non parlo, tranquillo), mi sarei però aspettato qualcosa di più elaborato…
Che dire, io ti consiglio di leggerlo, non è certo la sua migliore produzione, ma si piazza in un’ottima posizione tra quelli che non sono i canonici classici del Re.

“Blaze” di Stephen King (Richard Bachman)

Blaze è un romanzo scritto da Stephen King agli inizi degli anni settanta, ma pubblicato solo nel 2007 con lo pseudonimo di Richard Bachman. Era uno dei cinque libri di King che non avevo ancora letto, ora la conta scende a quattro (Duma Key, La storia di Lisey, e i due scritti a quattro mani con Peter Straub).

La trama è semplice: Clayton Blaisdell Jr, detto Blaze, è un gigante ritardato che rapisce un neonato rampollo di una famiglia di miliardari. Fino a qui tutto ok. Ma naturalmente è un romanzo di King. Quindi… quindi Blaze ha un complice, George, che gli suggerisce cosa fare e lo aiuta nei momenti di difficoltà, offrendogli le soluzioni a cui lui non potrebbe mai arrivare. Solo che George è morto tre mesi prima. Di chi è quindi l’intelligenza? Che ci sia un lato dormiente nel cervello di Blaze?

La storia è lunga 320 pagine, scritte “grande”, quindi ci si trova di fronte a un lungo racconto di circa 200 pagine reali, ben diverso dai soliti romanzi del Re. Tuttavia, a differenze del deludente La scatola dei bottoni di Gwendy, Blaze mi è piaciuto molto. Mi è piaciuto perché questo cattivo non è un cattivo, ma un buono che si è sempre trovato in situazioni sbagliate al momento sbagliato ed è finito vittima degli eventi. Anche il suo ritardo mentale è frutto delle violenze del padre (che lo ha lanciato tre volte di seguito giù dalle scale): prima Blaze era un bambino intelligentissimo. Inoltre l’uomo si affeziona moltissimo a Joe, il bambino rapito, poiché per la prima volta in vita sua non si sente solo. È sicuramente un romanzo molto leggero, ma io se fossi in te non lo trascurerei.

Al termine del romanzo è inserito un racconto di una cinquantina di pagine, Memoria, prequel di Duma Key. Il racconto è talmente bello che credo leggerò al più presto proprio Duma Key (portando così a tre la mia mancolista letteraria sul Re).

[Una nota per chi ancora non lo sapesse.
Richard Bachman è lo pseudonimo con cui King ha scritto alcuni libri tra gli anni ’70 e i ’90: Ossessione, La lunga marcia, Uscita per l’inferno, L’uomo in fuga (forse ti ricorderai L’implacabile, il film con Arnold Schwarzenegger), L’occhio del male e I vendicatori. Se volessi provare qualcosa io ti consiglio fortemente La lunga marcia.
Se tutta questa storia dello pseudonimo ti ricordasse un po’ La metà oscura non preoccuparti, è normale.]

“Fantasmi e no” – Racconti della paura a cura di Malcolm Skey

Di solito non leggo raccolte di racconti d’orrore con autori vari, odio quelle scritte giganti in copertina dove un paio di nomi noti (in genere Stephen King o Clive Barker), adescano il lettore di turno invogliandolo all’acquisto. Ma questa raccolta aveva un sapore piacevolmente antico. È corretto, come indicato nel sottotitolo italiano, parlare di racconti “della paura” più che di racconti horror. Se si guarda infatti agli autori e alle date si scoprono nomi fortemente classici (più in basso ti ho messo il sommario completo) come Lovecraft, Wells o Blackwood, del periodo compreso tra il 1865 e il 1938. Non siamo quindi in presenza di splatter, smembramenti o simile, ma di qualcosa di molto ordinato, pensato e razionale. Il volume curato da Malcolm Skey è anche suddiviso per tematiche “sovrannaturali”.

Che dire, di fronte a questi nomi non ci si può certo mettere a criticare, ma solo ad esprimere preferenze… I racconti sono stati tutti molto godibili, a mio parere, salvo un paio di eccezioni che non ho apprezzato, peraltro per pura coincidenza entrambi quelli contenuti nella tematica del “doppio” (Henry James e Kipling non fanno per me insomma, davvero pesanti). Tutto il resto è uno spasso, sempre rimanendo della precisa idea di leggere dei classici. Molto divertente anche la parte riguardante i racconti umoristici, soprattutto quello di Doyle.

Forse non è una raccolta per tutti, se cerchi una forma di horror moderna rimarrai fortemente deluso, ma a me piace immergermi in questo stile di inizio ‘900, così come era accaduto per i vari romanzi di fantascienza di Wells di cui ti ho parlato qualche tempo fa (L’uomo invisibile, La guerra dei mondi, La macchina del tempo/L’isola del dottor Moreau) o del grande Sherlock Holmes di Doyle.

Se anche a te ogni tanto piace fare un salto in questo stile retrò, Fantasmi e no ti darà sicuramente delle soddisfazioni.

SOMMARIO
Introduzione di Malcolm Skey

I morti che tornano
La camera rossa (The Red Room, 1896) di H. G. Wells
Lo sconosciuto (The Stranger, 1909) di Ambrose Bierce
Lupo che corre (Running Wolf, 1920) di Algernon Blackwood
Crewe (Crewe, 1930) di Walter De La Mare
Topi (Rats, 1929) di M. R. James
La bestia con cinque dita (The Beast with Five Fingers, 1928) di W. F. Harvey

L’occulto, l’occultismo, la magia
Scherzando col fuoco (Playing with Fire, 1900) di Sir Arthur Conan Doyle
Necronomicon (History and Chronology of the «Necronomicon», 1938) di Howard Phillips Lovecraft
Il sortilegio dei runi (Casting the Runes, 1911) di M. R. James

Vampiri e vampirismo
Il travaso (The Transfer, 1912) di Algernon Blackwood
Mrs. Amworth (Mrs. Amworth, 1922) di E. F. Benson

Presentimenti e segni premonitori
Il processo per omicidio (The Trial for Murder, 1865) di Charles Dickens, C. Allston Collins
Uomo avvisato mezzo salvato (Forewarned, Forearmed, 1874) di Mrs. J. H. Riddell
La faccia (The Face, 1924) di E. F. Benson

Il doppio
Nell’ora del trapasso (At the End of Passage, 1890) di Rudyard Kipling
L’allegro angoletto (The Jolly Corner, 1908) di Henry James

L’umorismo
Cercasi spettro (Selecting a Ghost, 1883) di Sir Arthur Conan Doyle
Il fantasma inesperto (The Inexperienced Ghost, 1903) di H. G. Wells
La finestra aperta (The Open Window, 1911) di Saki

“Venom” di Ruben Fleischer

Non sarò molto prolisso nel commentare questo ennesimo film Marvel, anzi.

Venom è un alieno che vive in simbiosi con un corpo umano, nel nostro caso quello di Tom Hardy, e che è impegnato a combattere contro i suoi simili (per far rimanere la Terra un posto solo suo) oltre che contro gli umani. Insomma, contro tutti. Lo fa comunque a modo suo, con un suo criterio, talvolta condivisibile, e questa è forse la parte più interessante (se non l’unica) del film. Ovviamente c’è l’amata, Michelle Williams, e il cattivone più cattivo del cattivo.

È la sagra del già visto, già sentito, già girato. E la Marvel ci infila le solite battute che però più di tanto non fanno ridere. L’unico lato positivo è Tom Hardy, sprecato.

Se devi guardare un film Marvel “piccolo”, su un eroe unico, guarda Deadpool 1 e 2, almeno si ride davvero. Fine.