“Black Mass – L’ultimo gangster” di Scott Cooper

La domanda adesso è questa: quanti giorni passerò a documentarmi sulla mafia americana? Se Everest mi ha fatto praticamente diventare uno sherpa virtuale, cosa farà sulla mia psiche Black Mass? Quando guardo film ispirati a storie vere poi finisco per passare giorni e giorni ad informarmi sui fatti reali, è ormai una malattia. Che poi Wikipedia in questi casi diventa un labirinto di clicca e riclicca ramificato ad albero, dove ogni nome ti conduce ad altre storie, e so benissimo che alla fine saprò anche chi pagava il pizzo a chi per proteggere il brevetto inciso su pietra dell’invenzione della ruota.

Veniamo al film và, che è meglio.

Terza opera di Scott Cooper dopo Crazy Heart e Il fuoco della vendetta, ai quali è imparagonabile proprio perchè si tratta di una storia vera, inoltre distribuita sull’arco di diversi anni, e quindi forzatamente meno intimista. Mi è piaciuto, ma non ho ancora capito quanto. Non è una gangster story classica, come Quei bravi ragazzi o American Gangster, con una estrema esaltazione del villain di turno (che te lo fa sembrare fico e uscito dalla sala vorresti delinquere e creare un tuo impero), ma non è nemmeno un film con una particolare aderenza al reale. Insomma è difficilmente collocabile e, in questo genere, non è forse un pregio. Non ti alzi dalla poltrona né gasato né particolarmente informato sui fatti reali.

L’orginale James “Whitey” Bulger è stato, nel 2007, il secondo criminale più ricercato dall’FBI dopo Osama Bin Laden. Se dovessimo considerare quindi che Bin Laden è solo una figura da mostrare al pubblico e che non è il vero mandante dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle, Bulger diventa automaticamente il primo criminale reale più pericoloso al mondo in questa classifica. Purtroppo io questo fatto dal film non l’avevo capito, allora era davvero il caso di esaltarlo un po’ di più, pare che le cose nella vita le abbia fatte con un certo impegno!

james whitey bulger

Qui sopra la foto del vero “Whitey”, nella versione più simile che ho trovato a quella interpretata da Johnny Depp. Adesso andrò controtendenza dicendoti che a me Depp non mi esalta, non è che non mi piaccia, ma non mi fa né caldo né freddo. Lo trovo poco espressivo se non in ruoli che richiedano una esaltazione estrema dei personaggi (vedasi Jack Sparrow), i quali penso tuttavia siano anche una prova abbastanza semplice per un attore, rispetto alla interpretazione delle sfumature più sottili.

La scarsa raffinatezza di Depp unita ad un tipo di cinema, quello di Cooper, che generalmente basa la sua forza proprio sulle sottigliezze della vita quotidiana (qui assenti), non mi porta quindi ad apprezzare Black Mass come invece è avvenuto per i due SUPERLATIVI precedenti lavori del regista.

Bello, nulla di più.

“The Martian – Sopravvissuto” – di Ridley Scott

Bisogna partire dal presupposto che su Marte è già stato girato qualsiasi film possibile, e che non bisognerebbe girarne altri, salvo non sia presente un qualche tipo di idea rivoluzionaria. Ecco, questa idea in The Martian io non l’ho trovata.

Sicuramente è un bel film: intrattiene, coinvolge, diverte, ma tutto qui. Che Scott fosse in grado di girare un film coinvolgente non c’era dubbio, essendo oltretutto un maestro della fantascienza, tuttavia io mi aspettavo di più. Non ho visto tutta la filmografia di Scott, ma siamo a un buon 75%, e credo che The Martian si classifichi tra gli ultimi suoi film in ordine di preferenza, nonostante il mio amore per la fantascienza.
Forse avrebbe potuto puntare tutto, se non sull’originalità, sull’interpretazione, ma scegliendo Matt Damon come protagonista anche questa opzione è stata eliminata. Chiariamoci, i film di Damon sono sempre divertenti, ma siamo ben lontani dalla performance di McConaughey in Interstellar.

Mi è piaciuto? Si. Probabilmente anche grazie alle indubbiamente fantastiche ambientazioni. Lo riguarderò? No. Con i classici come Alien e Blade Runner non è neanche il caso di fare un paragone, ma Prometheus l’ho già rivisto tre volte…

“Inside Out” di Pete Docter

Questa non sarà una recensione felice, perchè il film non lo è, anche se qualcuno non se ne è accorto. Per fortuna i primi a non essersene accorti sono i bambini, se no si sarebbero suicidati tutti in gruppo dopo aver ucciso gli adulti accanto a loro portando la razza umana all’estinzione. Quindi ripensandoci: per sfortuna non se ne sono accorti i bambini.
Per capirci, nella sala di paese in cui ho visto Inside Out, erano presenti circa 120 bambini (un girone infernale) su 200 posti occupati (ultimo giorno di programmazione e tutto esaurito).

Non stiamo qui a discutere se questo film d’animazione sia bello o meno, il film è bello, e lo dice uno che di animazione guarda solo le opere di Miyazaki, non è questo il punto. Il punto è che se pensavi di aver visto la scena più triste di un film “per bambini” in Up (quando i dottori comunicano l’infertilità alla coppia), ecco, ti sbagliavi.

DA QUI SPOILERO.

Inside Out, come titolo del film, va benissimo a livello di marketing per il pubblico mainstream, per i bambini e per chi non ha una gran profondità d’animo. Ma io questo cazzo di film l’avrei chiamato La morte di Bing Bong. Ed è tutto qui.

“Portala sulla luna per me” sussurra l’amico immaginario Bing Bong mentre muore cancellato dal tempo tra i ricordi sacrificabili della ex-bambina Riley. Ma porca puttana.
Io non so quanti hanno capito, forse nemmeno chi ha creato questo momento l’ha realmente compreso fino in fondo. Questa è una delle scene più tristi nella storia del cinema.
E che mi vengano pure a dire quel cazzo che vogliono sui processi di crescita, i momenti di transizione ed i passaggi all’età adulta: sono tutte stronzate.

Esemplificherò il concetto, riducendo la poesia e rendendolo più tangibile e meno astratto.
Sulla Luna, come adulto, potrai andarci da astronauta, ma ti comunico una verità indigeribile: sarà sempre un triste ripiego. Ci andrai dopo studi, sofferenze, rinunce. Ci andrai quando la felicità dell’impresa non sarà solo una sfera di gialla Gioia, ma avrà le sfumature blu della Tristezza (di sapere che non ci troverai gli unicorni arcobaleno?), quelle viola della Paura (di non rivedere i tuoi figli o comunque dover rinunciare a dei loro momenti), rosse della Rabbia (sapere che devi andarci con investimenti limitati, si investe di più sulla guerra) e verdi del Disgusto (ci sarebbe troppo: la razza umana).
Il cazzo di carretto con i propulsori melodici te lo scordi, caro mio. E’ morto insieme a Bing Bong e ai sogni veri, quelli giallo puro. Il carretto può esploderti sotto il culo poco dopo che hai lasciato la Terra. E lo sai.

E’ nato il Tempo, la Nostalgia, il Ripiego, l’Accettazione. E si, sono cose che fanno parte della vita, ma se non ci fossero si starebbe meglio. Che non mi vengano quindi a dire che è un processo di crescita come un fattore positivo, perchè è l’ennesimo voler forzatamente accettare una specie, quella Umana, come creatura complessa e dalle “mille sfaccettature”. Sveglia cazzo. L’essere umano si sta autodistruggendo, non c’è niente di positivo. E’ una creatura fallimentare. Bing Bong viene ucciso da sempre, farlo fuori è il difetto insito nella nostra specie. Lo sverginamento all’omicidio.
Era meglio essere bambini, l’essere adulti è un peggioramento della vita. Punto.
Smetto di scrivere perchè diventa inutile andare avanti, c’è chi lo sa e chi no, e sarà sempre così.

Già lo vedo il seguito: Inside Out 2 – L’isola degli stupefacenti, che mi aspettavo di vedere crescere da un momento all’altro quando la ragazzina scappa di casa, insieme a quella della prostituzione giovanile.

Voto realismo del film: 10
Animazione ‘sto cazzo.

“Chi perde paga” di Stephen King

Siamo al terzo libro del Re recensito di seguito. Se pensi però che non stia leggendo molto ti sbagli, il fatto è che quando esce un nuovo romanzo di King interrompo le altre letture e gli do la precedenza, il primo amore non si scorda mai..
[Ti fornisco comunque un anticipazione: sto leggendo tutta la produzione letteraria di Conan Doyle riguardante Sherlock Holmes. Ti dirò quindi nei prossimi tempi cosa ne penso in toto. Ovviamente penso bene.]

Veniamo a Chi perde paga, ultima fatica dello scrittore, e secondo libro della trilogia iniziata con Mr. Mercedes, che vede il detective privato Hodges come (forse) protagonista. Occhio che spoilero di brutto, leggi solo se hai già letto il libro.

Devo dirti la verità, non ho trovato un granché la storia. Sono un grandissimo fan di King («Ma lei non è Stephen King!? Lo sa che sono il suo più grande ammiratore?») e non mi perdo nulla, inoltre per me leggere i suoi libri equivale a “tornare a casa”, è sempre amore. Tuttavia, tuttavia.. Cazzo, devo dirlo anche se verrò criticato: questa trilogia poliziesca risulta ai miei occhi essere una grande trovata commerciale. Ecco. Non lo dico a caso e te ne fornisco subito una prova. In Mr. Mercedes il protagonista era il detective in pensione Hodges, ossia l’anello che dovrebbe legare i tre polizieschi tra loro. In Chi perde paga Hodges (e la sua “banda”) ha dovuto scavarsi una parte che sembra essere quasi inutile, la funzione del personaggio influenza infatti forse il 5% della storia, tanto da chiedersi cosa sarebbe cambiato nella trama in caso di una sua assenza. Probabilmente poco e niente. Il dubbio quindi, che servisse semplicemente un legame per creare una trilogia noir, è molto forte. La storia di per sé non è molto originale, salvo il pregio di indagare nel mondo della scrittura, della proprietà delle opere letterarie e della fantasia di chi le crea e chi le legge.
Sembra invece che l’unica funzione interessante del detective Hodges sia quella di accendere i riflettori sull’antagonista del primo romanzo della trilogia, Brady Hartsfield, che in questo secondo libro occupa una parte irrilevante ai fini della trama, ma sufficiente per capire come il killer, ormai in stato catatonico, abbia acquisito dei poteri telecinetici. Sarà materiale per il terzo libro della trilogia o per un romanzo a sé stante? Io propendo per quest’ultima ipotesi. Vedremo.

In definitiva non è certo una delle migliori opere di King, anche se come sempre si fa leggere velocemente e volentieri. La struttura è ormai troppo classica e consolidata, oserei addirittura dire, a tratti ripetitiva.

“Everest” di Baltasar Kormákur

Questa recensione non è una vera e propria recensione, e sarà un po’ diversa rispetto al solito.
Sono morti più di 200 alpinisti sull’Everest, nella maggior parte dei casi, come spiegato nel film, durante la discesa, il momento più pericoloso. Non conoscevo la tragedia del 1996 se non per l’associazione con il contestato libro Aria sottile di Krakauer (di cui ho letto unicamente Nelle terre estreme), quindi ho visto Everest con la mente praticamente vergine. Mi è piaciuto molto.
Mi è piaciuto perchè una volta tanto gli attori sono al servizio della storia, in un film che è quasi documentaristico. Non c’è “azione” per come la si intende normalmente. I gesti eroici ci sono, così come ci sono stati nella realtà, ma restano limitati dalla realtà stessa, l’uomo può ben poco di fronte alla montagna più alta del mondo e alla natura selvaggia.
Tutto incute rispetto, a 360°. Il rispetto verso il Monte, ma anche quello verso la Natura appunto. Rispetto sicuramente verso chi rischia tutto per arrivare alla cima e per provare a tornare indietro. Si può FORSE non comprendere o non condividere, ma non si può non rispettare la scelta di questi uomini.
Credo che uno dei pregi maggiori del film sia proprio l’essere riuscito a comunicare che chi cerca questa “impresa” lo fa con grande prudenza, e non con senso di onnipotenza. Salire in cima all’Everest non è divertente, è sofferenza pura. Guadagnata la cima non ci si sente supereroi, ma si è consci della piccolezza umana. L’Everest ti spezza, non solo fisicamente, ma anche mentalmente, ammaliandoti con la possibilità di fermarti per un mortale riposo.
Ma questo non lo dice solamente Kormákur, lo dicono i morti, i sopravvissuti, lo si evince dalle storie e dalla storia: l’Everest è una grandissima lezione di umiltà.
Le persone che muoiono sulla montagna rimangono lì, a monito per i futuri visitatori ed ospiti di un ambiente che non può essere colonizzato. Non c’è la forza né la possibilità di recuperare i cadaveri, credo che questo sia sufficiente per avere un’idea di quelli che sono i nostri limiti, dovremmo tenerlo sempre a mente. Everest ce lo ricorda.