Archivi tag: poliziesco

“Prega detective” di James Ellroy

Prega detective è 100% noir. È, inoltre, il romanzo di esordio di James Ellroy, risale infatti al 1981, il titolo originale è Brown’s Requiem. In Italia la prima edizione è del 1995, ma noi si sa, arriviamo sempre in ritardo.

La trama è, a mio parere, secondaria rispetto allo stile e all’ambientazione. È una storia di intrighi, omicidi e corruzione su cui si trova ad indagare l’investigatore privato Fritz Brown, ex poliziotto, (quasi)ex alcolizzato e appassionato di musica classica. Di mezzo c’è il mondo delle scommesse, quello dei caddie (i facchini dei campi da golf) e truffe alla previdenza sociale. Non manca un cattivone, di cui non ti dico nulla per non svelare parte del mistero. E, ovviamente, la bella di cui il detective si innamora.

Io di Ellroy avevo letto solo I miei luoghi oscuri, un paio di mesi fa, che però è una biografia. Prega detective mi ha folgorato: è IL noir, punto. Hai presente quando ti aspetti quelle frasi tipo (invento): «Era una notte buia, ma quella bionda mi faceva girare la testa…», ecco. In questo romanzo trovi esattamente quello che cerchi, un’atmosfera perfetta per il genere.

Di veramente noir non avevo mai letto nulla, fatta eccezione per Pulp di Bukowski (che ora assume ancora più significato nella sua grandezza parodistica). Quello di Ellroy è uno stile cupo, una scrittura che sa di whisky, cazzotti e pallottole.
Dannazione, credo sia nato un amore.

“I miei luoghi oscuri” di James Ellroy

Premessa: è il primo libro che leggo di James Ellroy, ma posso già dirti che non sarà l’ultimo. Fine della premessa.

I miei luoghi oscuri è un romanzo autobiografico dello scrittore dedicato a tutto ciò che riguarda l’omicidio irrisolto di sua madre, Jean Ellroy, avvenuto per strangolamento il 22 giugno 1958. James all’epoca aveva solo dieci anni.

La vicenda narrata è divisibile in tre “atti”:
1° – Indagine ufficiale.
Ellroy racconta l’indagine in modo oggettivo, come se si svolgesse nel momento in cui lui la scrive. I dettagli sul cadavere, gli indiziati (molti), le piste (moltissime) e tutto il resto, quasi fosse uno dei poliziotti incaricati di risolvere il caso. Jean è stata stuprata e uccisa dopo aver frequentato un paio di locali in compagnia di due persone, una donna e un uomo, che non verranno mai rintracciate.
2° – James Ellroy.
Lo scrittore spiega tutto ciò che è accaduto dal momento dell’indagine fino al suo successo come romanziere. Racconta come la morte della madre, accolta con felicità, abbia influenzato gli anni successivi nella sua psiche. Si parla di droga, furti, criminalità. Il giovane Ellroy è fuori di testa. Entra nelle case dei vicini e ruba le mutandine delle ragazze, ruba nei negozi, si mastruba pensando alla madre.
3° – L’indagine del 1994.
Ellroy, facendosi assistere da un poliziotto in pensione, riesamina il caso e cerca di risolverlo. Torna nei luoghi della vicenda, interroga le poche persone ancora vive che potrebbero saperne qualcosa, cerca l’assassino della madre e… cerca sua madre, la “rossa”, coma la chiama lui.

Non ti racconto come evolve il personaggio, poiché è questo il vero mistero del libro e non voglio svelarlo troppo. Ellroy ha dei ricordi della madre che sono in gran parte stati creati dal padre, un fallito alcolizzato, e che ritraggono Jean come una puttana irresponsabile e a sua volta alcolizzata. Solo “cercandola” riuscirà a ricostruirne l’esistenza. Certo, non era una santa, e questo si intuisce chiaramente, ma c’era anche dell’altro.

Questo romanzo racconta un trauma lungo una vita, mai esorcizzato. Un lutto, non superato, che ha condizionato tutta l’esistenza dello scrittore. In poche parole: un’ossessione. È un libro estremamente cupo, nero, mentre lo leggi ti mette la morte nell’animo.
L’edizione che ho letto io (quella in foto) ha la copertina nera e c’è l’autore in abito scuro appogiato su un tavolo in primo piano. È il packaging perfetto per un’agenzia di pompe funebri, il libro sembra una piccola bara. È perfetto.

Conoscevo Ellroy come il re indiscusso del noir e del poliziesco. Avevo visto qualche film tratto dai suoi libri, come L.A. Confidential e La notte non aspetta. Non so perché l’avessi sempre trascurato, ma ho fatto male. Scrive dannatamente bene e ha uno stile personale ed inconfondibile. Sono rarissime le frasi lunghe più di due righe, per dirne una. Ti riempie di nomi, sta a te capire quali siano importanti e quali no. Non è di certo una lettura facile, rilassante, ma è indimenticabile.
Sicuramente anche il traduttore ha i suoi meriti (è lo stesso Sergio Claudio Perroni che ho apprezzato nella nuova edizione di Furore di Steinbeck, poco tempo fa).

Insomma, credo proprio di aver trovato un nuovo autore da saccheggiare.

“Pulp” di Charles Bukowski

Ecco che Bukowski, dopo una dozzina di libri letti con impressioni alterne, mi stupisce piacevolmente, di nuovo. Sono proprio contento di questa cosa. Dopo il noioso Compagno di sbronze, appena letto, non mi aspettavo sarebbe successo.

Pulp è letteralmente incredibile. Nel senso che ogni singola riga non è credibile. È anche inclassificabile a livello di genere, tuttora non saprei dirti se è un noir, un poliziesco hard boiled, un libro fantasy o una spacconata alla Bukoswski. Ma forse è tutto questo insieme.

La trama è semplice, segue le vicende di Nick Belane “il detective più dritto di Los Angeles” e delle sue strampalate indagini tra bar, locali e ippodromi. I personaggi su cui indaga (quelli a cui deve “inchiodare il culo”) e i suoi clienti sono del tutto assurdi. C’è la sexy Signora Morte (sì, la Morte), un’aliena (sempre sexy, eh) di nome Jeannie, un misterioso Passero Rosso, un marito tradito, lo scrittore Céline morto nel 1961 ma che è ancora in giro… insomma, ci siamo capiti.

Il nonsense è il vero motore che tiene insieme il romanzo, unito alla parodia della detective story classica. Wiki mi suggerisce che, per la precisione, la parodia sia rivolta a Rick Blane, interpretato da Humphrey Bogart in Casablanca, e ad altri personaggi noir interpretati sempre da Bogart.

Che dire, appena iniziato non mi era piaciuto molto, poi sono entrato nel mondo di Belane e tutto è cambiato. È sicuramente uno dei libri più divertenti che abbia letto negli ultimi tempi, con prese per il culo allo stereotipo del detective che sono davvero geniali. Pur riportando tratti caratteristici di Bukowski (appunto: i bar, le sbronze, l’ippodromo, il sesso) è un romanzo unico rispetto a tutto ciò che ha scritto. Sicuramente da leggere.

“Millennium – La regina dei castelli di carta” di Stieg Larsson

Eccoci qui, con la Trilogia Millennium completata. Dopo Uomini che odiano le donne e La ragazza che giocava con il fuoco, l’ultimo consistente capitolo: La regina dei castelli di carta. Per fare un veloce ripasso ho appena riletto quanto avevo scritto dei due precedenti volumi. Vorrei poter essere così entusiasta anche del terzo, ma purtroppo non è così. Prova lampante lo è il diverso tempo di lettura, una settimana a libro per i primi due, quasi un mese e mezzo per questo. Non è un buon segno.

Sono, purtroppo, una persona che tende ad annoiarsi velocemente degli schemi di costruzione ripetitivi. Questo è il principale motivo, ad esempio, per cui non seguo le serie televisive, tanto di moda ora. La regina dei castelli di carta ricalca completamente il modello dei primi due episodi di Millennium, facendo decadere la curiosità, che rimane legata esclusivamente ad elementi della trama, allo stesso modo per cui si desidera seguire la nuova puntata di una soap opera (se lo si desidera..). La struttura narrativa è ormai consolidata e non presenta novità di alcun tipo, la noia è quindi dietro l’angolo. Forse avrebbe giovato, a questo tomo di 850 pagine, un buon taglio centrale di 200 pagine. E’ proprio al centro, infatti, che ho temuto di essere costretto a mollare tutto, quando la noiosa parte legata al più puro spionaggio, prende il sopravvento.

Cerca di capire, il libro è comunque godibile e, se ti sono piaciuti i primi due, difficilmente riscontrerai i miei problemi sul terzo. Tuttavia io cercavo quel guizzo in più che non ho trovato.
La dico in altri termini.
Ho letto, da qualche parte, che la serie di Millennium prevedeva dieci volumi e che la morte di Larsson ha interrotto il progetto a tre (si, so che c’è un quarto volume, ma le operazioni commerciali non le considero). Ecco, dopo questo terzo volume, difficilmente sarei andato oltre.

“Fine turno” di Stephen King

Fine della trilogia poliziesca di Stephen King. Fine turno..
Avevo già parlato dei primi due libri della serie: Mr. Mercedes e Chi perde paga (sempre tu abbia voglia di farti un ripasso).

Nella normalità, sia della produzione letteraria che cinematografica, la decadenza della qualità nel progredire con gli episodi/puntate/serie/volumi è ormai un dato di fatto innegabile. Pochissimi sono gli esempi che contraddicono la regola (vedi Il padrino). Tuttavia, dal creatore della Torre Nera (altro rarissimo caso di eccellenza seriale) non mi sarei aspettato la conferma della regola. E invece.. invece Fine turno mi ha proprio scassato i maroni.

Questo ultimo capitolo è la copia carbone del primo, con tanto di difficoltà fisica del protagonista Hodges che deve lottare con il suo corpo oltre che con il nemico Brady (nel primo libro il poliziotto aveva il cuore prossimo a un infarto, qui ha un tumore ed è prossimo alla morte). Peraltro questo schema della doppia difficoltà è uno schema classico alla Stephen King, una delle maggiori pecche ripetitive, a mio parere, dei suoi peggiori libri. E io, te lo ricordo, amo Stephen King. Nel primo volume della trilogia c’era però la novità hard boiled a rendere il tutto digeribile, in quest’ultimo invece non c’è nulla di nuovo, anzi. La svolta verso i poteri parapsicologici del cattivone, non fa altro che ammazzare la freschezza di un genere nuovo per l’autore, riportando il tutto sui consueti binari, ma con qualche ruota in meno a causa del voler comunque contraddistinguersi per un appartenenza di genere (noir) ormai imposto alla serie.

Io non sono uno di quelli che dice “il King di una volta non esiste più”, ho trovato i recenti The dome e 22/11/63 molto belli, e anche Joyland, per quanto sicuramente più leggero, è godibilissimo. Al tempo stesso però ritengo Fine turno una delle peggiori prostituzioni dell’autore alla commercialità più estrema, al volersi adeguare ad una moderna necessità seriale di cui, ancora una volta, almeno io, non sentivo il bisogno.

Sicuramente, in un mondo dove ormai il caprone medio segue ogni anno la “nuova” serie televisiva con lo stesso entusiasmo con cui segue il “nuovo” campionato, economicamente è la strategia più premiante. Minor sforzo creativo, sicurezza del ritorno del consumatore, maggiori introiti. Non a caso anche Mr. Mercedes diventerà un ennesima serie televisiva. E chiariamo, la colpa non è certo di King o dei produttori vari, che giustamente ci guadagnano miliardi sulle pecorelle, la colpa è del letargo dei cervelli. Lo schiavo lavora 12 ore al giorno in modo ripetitivo, dopodichè si svaga con un passatempo altrettanto ripetitivo.

La lobotomia autoinflitta è completa.

“Chi perde paga” di Stephen King

Siamo al terzo libro del Re recensito di seguito. Se pensi però che non stia leggendo molto ti sbagli, il fatto è che quando esce un nuovo romanzo di King interrompo le altre letture e gli do la precedenza, il primo amore non si scorda mai..
[Ti fornisco comunque un anticipazione: sto leggendo tutta la produzione letteraria di Conan Doyle riguardante Sherlock Holmes. Ti dirò quindi nei prossimi tempi cosa ne penso in toto. Ovviamente penso bene.]

Veniamo a Chi perde paga, ultima fatica dello scrittore, e secondo libro della trilogia iniziata con Mr. Mercedes, che vede il detective privato Hodges come (forse) protagonista. Occhio che spoilero di brutto, leggi solo se hai già letto il libro.

Devo dirti la verità, non ho trovato un granché la storia. Sono un grandissimo fan di King («Ma lei non è Stephen King!? Lo sa che sono il suo più grande ammiratore?») e non mi perdo nulla, inoltre per me leggere i suoi libri equivale a “tornare a casa”, è sempre amore. Tuttavia, tuttavia.. Cazzo, devo dirlo anche se verrò criticato: questa trilogia poliziesca risulta ai miei occhi essere una grande trovata commerciale. Ecco. Non lo dico a caso e te ne fornisco subito una prova. In Mr. Mercedes il protagonista era il detective in pensione Hodges, ossia l’anello che dovrebbe legare i tre polizieschi tra loro. In Chi perde paga Hodges (e la sua “banda”) ha dovuto scavarsi una parte che sembra essere quasi inutile, la funzione del personaggio influenza infatti forse il 5% della storia, tanto da chiedersi cosa sarebbe cambiato nella trama in caso di una sua assenza. Probabilmente poco e niente. Il dubbio quindi, che servisse semplicemente un legame per creare una trilogia noir, è molto forte. La storia di per sé non è molto originale, salvo il pregio di indagare nel mondo della scrittura, della proprietà delle opere letterarie e della fantasia di chi le crea e chi le legge.
Sembra invece che l’unica funzione interessante del detective Hodges sia quella di accendere i riflettori sull’antagonista del primo romanzo della trilogia, Brady Hartsfield, che in questo secondo libro occupa una parte irrilevante ai fini della trama, ma sufficiente per capire come il killer, ormai in stato catatonico, abbia acquisito dei poteri telecinetici. Sarà materiale per il terzo libro della trilogia o per un romanzo a sé stante? Io propendo per quest’ultima ipotesi. Vedremo.

In definitiva non è certo una delle migliori opere di King, anche se come sempre si fa leggere velocemente e volentieri. La struttura è ormai troppo classica e consolidata, oserei addirittura dire, a tratti ripetitiva.

“Vizio di forma” di Paul Thomas Anderson

Questo è il classico film che ti lascia perplesso. Si, perchè è bello, ma qualcosa non funziona. Io sono uscito dalla sala pensando “belle scene, attori bravi, buoni dialoghi ma io non l’ho capito, forse sono scemo?”. Poi mi son guardato attorno e, allungando le orecchie, ho notato che: o eravamo tutti scemi o qualcosa non andava.
Iniziamo con il dire che Phoenix nella parte del fattone “Doc Sportello” è superlativo e si dimostra ancora un attore camaleontico, come già riscontrato in Lei di Spike Jonze. Aggiungiamo che i dialoghi in tutto il film sono esilaranti, divertenti e presi singolarmente sono delle piccole gag surreali (la scena in cui Doc vede la foto del bambino dei tossici e urla disperato è fantastica). I costumi e le scenografie poi sono quello che ti aspetti di vedere negli anni 70 così come te li immagini, centrato in pieno. Eppure…
Eppure c’è quel piccolo problema della trama, che ti impedisce di apprezzare il film. Ebbene io qui lo ammetto (e datemi del coglione), sono rimasto aggrappato con le unghie e con i denti allo svolgersi degli eventi fino a circa un’ora e venti, ma nell’ultima ora abbondante (si, 148′ totale) mi sono totalmente perso. Troppa narrazione parlata. Del tipo: “ah, questo è implicato con quello a causa di quell’altro che ha ucciso tizio che aveva un problema con caio”. Ecco, me le devi far vedere queste cose, perchè se le infili nei dialoghi io mi perdo, 4/5 nomi per me sono troppi. Anzi, sono troppi già 2. Credo sia diverso se hai letto il libro di Pynchon ma, come si evince, io non l’ho letto. E’ un vero peccato perchè a poter seguire la trama sarebbe sicuramente stato un film di tutt’altro spessore.
Anderson rimane comunque in grado di passare con incredibile versatilità da un film all’altro, mutando completamente genere. Boogie Nights, Magnolia e Il pertroliere lo dimostravano, Vizio di forma lo conferma.

INHERENT VICE

Tre note personali:
– Reese Witherspoon a mio parere non si può vedere, mai. Sarà perchè ho in mente solo i film-cagata che ha fatto, o perchè il mento buca lo schermo (odio quel modello di mento, dovrebbero farlo uscire di produzione), non lo so. Eppure Wild promette bene. Vedremo.
– Un minuto di silenzio per Eric Roberts, che nella vita attoriale è sempre un personaggio secondario o il semiprotagonista di b-movie. Grazie.
– C’è tanta figa anni 70. Detta così suona male ma, giuro, anche la figa è come te la aspetti quando pensi “chissà come era bello il sesso negli anni 70”. Purtroppo non è bastata a tenere in piedi il film, ha comunque aiutato molto.

“Mr. Mercedes” di Stephen King

mr_mercedes

Sono circa 500 pagine scarse, l’ho comprato una settimana fa e l’ho finito ieri. Personalmente ho letto tutto di Stephen King, da grande appassionato non mi perdo mai nulla. Adesso bisogna subito dire per forza, per non essere “out”, che non è possibile che nelle librerie si trovi solo King nel reparto horror (salvo le cagate vampiro-amorose che frullano i cervelli dei decerebrati). Ok, l’ho detto, così tu che leggi sei tranquillo e possiamo procedere oltre.
Anzi no, facciamo una seconda premessa. Perchè sono anni che io di King sento dire sia il re dell’horror, del macabro, ecc.ecc. Se togliamo qualche romanzo più “splatter”, tuttavia, l’horror è solo di sfondo. Si perchè spesso più che di mostri e compagnia lo scrittore si occupa dell’orrore che è dentro gli uomini, che è poi la cosa davvero spaventosa. Credo che questa generalizzazione gli abbia fatto perdere una parte di pubblico, quella di “no ma a me gli horror non piacciono”. Che poi fanculo, diciamocelo, bisognerebbe leggere di tutto e quella fetta di pseudolettori fa meglio a lobotomizzarsi davanti ai reality in TV.

[Se proprio vogliamo essere pignoli e tirare fuori l’esempio: anche Joyland era una sorta di poliziesco come Mr. Mercedes. Ok c’era uno spettro che aleggiava nell’aria, ma di qui a passare da giallo a horror ce ne vuole].

E ora veniamo al libro, anche se ne ho già parlato in realtà ma tu, stolto, non te ne sei accorto. Già perchè hai bisogno di vedere il Male impersonificato nel pazzo di turno che guida il camioncino dei gelati. Eccolo.

mr. mercedes

Dov’è il vero orrore? Perchè Pennywise lo sai che non esiste.. e quindi ti spaventa finchè sei bambino. L’orrore vero è il vicino di casa metodico che nasconde temibili segreti ma che risulta a te insospettabile (volendo vedere anche il vicino metodico che non nasconde segreti non scherza in quanto a orrore eh). Ecco, questo è in poche parole ciò che King descrive in Mr. Mercedes. La lotta tra un detective in pensione e un assassino all’apparenza insospettabile (gelataio, informatico, cocco di mamma incestuoso). Un bel poliziesco-giallo insomma, che si lascia leggere velocemente. Non è una fuoriserie ma è comunque una storia ben raccontata. E con la frase precedente vorrei far presente che lo sappiamo tutti che non siamo di fronte a It o a L’ombra dello scorpione.

L’unica pecca che devo rilevare, e che ti faccio presente, è che non sono riuscito molto a farmi coinvolgere emotivamente. La storia è buona, incuriosisce e ti fa girare le pagine volentieri, ma non ho provato grande odio per Brady (il pazzo) ne molta empatia per Hodges (il poliziotto). Insomma avrei voluto desiderare di spaccare la testa all’assassino, ma purtroppo niente bava rabbiosa alla bocca. Ed è per questo che, per stare tra gli ultimi romanzi di King, ho preferito ancora il sopra citato Joyland.

Se cerchi pura narrazione, non resterai insoddisfatto.