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“La sottile linea scura” di Joe R. Lansdale

La sottile linea scura è un noir, un romanzo di formazione, un giallo, un pezzo di storia. È tante cose, così come il suo autore che – fortunatamente – non si lascia incasellare in un solo genere e fagocitare dal mondo editoriale. Lansdale scrive quello che vuole, ho letto solo pochi suoi romanzi ma questo mi è già chiaro e non posso che apprezzarlo.

La storia è ambientata nell’America degli anni Cinquanta, in un contesto di razzismo, disparità e violenze familiari (non in tutte le famiglie, è ovvio). È una storia che ti porta in un altro tempo, un altro luogo, in un altro insieme di regole e valori. Il giovane Stanley, alle soglie dell’adolescenza, indaga su alcuni omicidi compiuti nel suo paese pochi anni prima e si scontra con un mondo di brutalità domestica. Lo aiutano la sorella e un paio di amici, tra i quali un anziano proiezionista nero e alcolizzato che gli insegna a “diventare uomo”, se mi concedi la semplificazione.

Questo romanzo mi ha ricordato Il buio oltre la siepe per la capacità di intrattenere e “istruire” allo stesso tempo. Si può quindi parlare di razzismo e disparità sessuale senza far cadere le palle per terra per la banalità e la noia (come fa Netflix, ad esempio), in un modo intelligente e coinvolgente.

È un libro da non perdere, senza se e senza ma, di certo il migliore che ho letto nell’ultimo anno. Intendo approfondire per bene la mia conoscenza di Lansdale, quindi aspettati molto altro su questo autore.

Libri che ho letto di Joe R. Lansdale:

La morte ci sfida (1984)
La sottile linea scura (2002)

Trilogia Drive-in:
Il drive-in (1988)
Il drive-in 2 (non uno dei soliti seguiti) o Il giorno dei dinosauri (1989)
La notte del drive-in 3. La gita per turisti (2005)

“Storia memoria” di Alberto Delaini

Questa volta partirò con una premessa geografica. Cosa c’entra? Qualcosa c’entra, in ogni caso te la pippi…

Del lago di Garda ho sempre apprezzato maggiormente i paesi lungo le sponde laterali, rispetto a quelli più noti e modaioli situati sulla sponda meridionale. Sì, sì, lo capisco che Desenzano, Sirmione e Peschiera abbiano il loro fascino, ma lo sfoggio (consentimi il termine) disinibito delle loro bellezze è spesso accompagnato dal caos e dalla brutta gente (non in senso criminale, ma in senso assoluto) che li affolla nel fine settimana per sfoggiare auto, marchi e conti in banca. Come tu sai, io mal sopporto l’insicurezza e la stupidità e quindi ancora meno la transumanza di camicie e tacchi a spillo dei mononeurone. [E qui mi fermo, se no finisce che ti sfodero una sottopippa della pippa sugli ambienti naturali che vengono stuprati dal consumismo.] Tutto questo per dire che preferisco la tranquillità di paesi come Padenghe e Moniga, sul versante bresciano, o di Bardolino e Lazise, su quello veronese.

Lazise… alle fine ci siamo arrivati, dopo un’intro tanto “breve” da far invidia ai Pink Floyd. Già, perché Storia memoria è una autobiografia ambientata in gran parte, appunto, a Lazise (paese che, peraltro, è stato anche l’ambientazione della mia prima vacanza estiva senza genitori, ma facciamo che questo amarcord te lo resuscito in un’altra occasione).
Alberto Delaini, classe 1948, racconta la sua infanzia e la “vita di campagna” degli anni 50, rispolverando antiche abitudini e usanze di un’Italia appena uscita dalla guerra. Poche comodità, quasi nessuna automobile, tanta abilità nell’arrangiarsi.
Sì, lo so cosa stai pensando, che si possa cascare nel “si stava meglio quando si stava peggio” e forse, talvolta, con una certa nostalgia, il famoso detto è, se non esplicitamente citato, almeno sfiorato. Tuttavia non è mai una cosa fatta con saccenza o rabbia, quanto piuttosto con una buona dose di ironia e con la consapevolezza che indietro non si possa tornare.

Questo è quello che definirei un romanzo con un target geografico/anagrafico ben preciso. Io mi sono divertito nel leggerlo, perché ho riconosciuto come familiari alcune memorie vicine alla mia zona (ti ricordo che vivo in provincia di Brescia) spesso riportate dalle generazioni precedenti alla mia. Certo, fossi stato calabrese o laziale, difficilmente sarei riuscito ad apprezzarlo allo stesso modo… Di certo, per un lettore coetaneo dell’autore il bersaglio sarebbe stato centrato al 100%.