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“Le ripetizioni” di Giulio Mozzi

È davvero complicato parlarti di questo romanzo. Inizio, perché da qualche parte dovrò pur iniziare, ma sono dieci minuti che osservo lo schermo bianco, decidendo da dove. Non lo so.
Parlarti della trama mi sembra riduttivo (anche se ci arriverò) perché Le ripetizioni, di Giulio Mozzi, va molto oltre il semplice intreccio, il consueto raccontare eventi. Fermati e guarda la copertina, Il ritratto di gentiluomo di Giorgione (cerchia), guarda quegli occhi che sembrano sondarti. Se li fissi per qualche secondo, finirai per distogliere lo sguardo, per paura che quegli occhi si muovano. Ecco, questo è Le ripetizioni, romanzo che, scopro ora, è stato giustamente proposto (da Pietro Gibellini) per il LXXV Premio Strega. Ipnotico è il termine che mi viene più naturale, ma anche inquietante e vero.

Nelle prime pagine (sì, sì, poi ci arrivo alla trama) parla dell’odore del bosso. Il protagonista cerca di ricostruire un ricordo d’infanzia attraverso viaggi, fisici e mentali, perdendosi in una sorta di labirinto mnemonico-olfattivo. Lo ammetto, ho pensato: che palle. Ma era solo perché ero distante da quella particolare tematica. Poi l’argomento è cambiato (non ricordo, al momento, come) e mi sono trovato a leggere qualcosa che conoscevo, che era più attinente alla mia realtà. E, cazzo, se era avvolgente. Era completo. Una perfetta descrizione di emozioni e sensazioni. Ho subito compreso che non avrei sentito mia ogni parte del romanzo (è impossibile, bisognerebbe essere il protagonista), ma che nei momenti in cui questo si sarebbe realizzato sarebbe stato molto destabilizzante.

Le ripetizioni racconta la vita di Mario. O, forse, dovrei dire le vite. Mario ha una futura sposa, Viola; una ex, Bianca, da cui forse ha avuto una figlia; un amante, Santiago, che lo rende schiavo, fisicamente e, soprattutto, mentalmente. Mario ha dentro di sé il Bene e il Male, come tutte le persone che frequenta (fatta eccezione per Santiago, che ha solo il Male). Ed è forse questa la vera ripetizione, quella dell’animo umano che, sia che appartenga a Mario, a Viola, a chi legge o a chi scrive, presenta zone di grande luce e di estrema oscurità. Mario è l’Uomo (per come lo interpreto io, almeno).

Mi è capitato pochissime volte di entrare in questo tipo di intimità con il personaggio di un romanzo. Di sentirmi chiuso dentro il suo cervello. Un’analisi del pensiero profonda e articolata che non è certo facile da digerire, soprattutto nelle perversioni (e ce ne sono) più spinte. Le ripetizioni non è un romanzo per tutti, te lo dico. C’è chi rimarrà sconvolto dalle violenze più estreme, quasi sempre attinenti alla sfera sessuale. Ma, come spesso accade, credo che saranno quelle persone che desiderano puntare il dito per mostrarsi migliori (un po’ come è accaduto per American Psycho di Ellis), senza capire il vero significato delle cose. Senza andare oltre la superficie. Perché il Male esiste, c’è, e fa parte di noi. E trionfa, è evidente.

Seguivo Mozzi sui social e qui su WordPress (con il blog della sua Bottega di narrazione), ma non avevo mai letto un suo libro. So che i precedenti non erano romanzi, ma raccolte di racconti. A questo punto li recupererò, per forza. Magari parto da Il male naturale che è abbastanza discusso (sempre per via di tematiche “difficili”), quindi farà al caso mio.

E ora, scusami, ma mi hanno appena consegnato Later, di Stephen King. Quindi ti saluto.

“Il porto degli spiriti” di John Ajvide Lindqvist

Sing me to sleep
Sing me to sleep
And then leave me alone
Don’t try to wake me in the morning
‘Cause I will be gone
Don’t feel bad for me
I want you to know
Deep in the cell of my heart
I will feel so glad to go

Di John Ajvide Lindqvist avevo già letto Lasciami entrare e visto la bella trasposizione di Tomas Alfredson (la svedese delle due, per capirci). Inoltre, rimanendo in ambito filmico, avevo apprezzato anche Border – Creature di confine di Ali Abbasi, tratto dalla raccolta Muri di carta. Insomma, arrivavo preparato, ero pronto.
Già, perché per leggere Lindqvist un po’ bisogna essere pronti, come quando si cerca di pronunciarne il nome senza farsi venire un crampo alla lingua. Il buon Ajvide è ritenuto, a mio parere giustamente, lo Stephen King del nord Europa. È una sintetica definizione che calza parecchio bene, almeno per due motivi. Primo perchè, come il Re, non scrive esattamente horror, ma piuttosto un genere ibrido dove il vero orrore è quello insito nell’uomo. E secondo perché “nord Europa” (Svezia) significa un tipo di cultura/scrittura/estetica totalmente diversa dalla nostra, e questo è ben percepibile in Lindqvist.

Take me out tonight
Oh, take me anywhere, I don’t care
I don’t care, I don’t care
Driving in your car
I never never want to go home
Because I haven’t got one, da…
Oh, I haven’t got one

Un pochino di trama, non tanta. Sono 500 pagine, di cose ne succedono davvero molte ma quello che conta è soprattutto l’atmosfera. Tuttavia so che a te leggere la trama piace, quindi mi arrendo…
Anders, sua moglie e la figlia Maja, di sei anni, si recano in gita al faro di Gavasten vicino all’isola di Domarö, dove vivono. La piccola scompare, senza lasciare nemmeno le tracce nella neve. La famiglia si disgrega, Anders cade nel baratro dell’alcool e, dopo essersi allontanato per qualche tempo, torna sull’isola. Lì inizierà a percepire la vicinanza di Maja e non solo… Antiche presenze vegliano sull’isola, strani fatti accadono da sempre. Il mare ingloba tutto nel suo potente e freddo silenzio, mentre i ricordi del passato sembrano mostrare un qualche tipo di via per capire che fine abbia fatto Maja…

Burn down the disco
Hang the blessed DJ
Because the music that they constantly play
It says nothing to me about my life
Hang the blessed DJ
Because the music they constantly play

Il porto degli spiriti è un romanzo cupo, non facile. Però ti ingloba, appunto, come il gelido mare nordico di cui parla. Lindqvist riesce benissimo a trasmettere la sensazione inquietante che scorre nelle tubature dell’isola, dei suoi ricordi, della gente che la abita da generazioni. I fantasmi di cui racconta non sono quelli classici, ma sono quelli dei rimpianti, delle cose che potrebbero essere andate diversamente. Sono le nostalgie, gli errori, le ingiustizie. (La copertina è terribilmente azzeccata, a livello emotivo).
Sebbene, forse, un centinaio scarso di pagine in meno avrebbe giovato, questo romanzo mi ha coinvolto totalmente. Credo sia ormai chiaro che anche di Lindqvist dovrò leggere tutto.

Oh Mother, I can feel the soil falling over my head
See, the sea wants to take me
The knife wants to slit me
Do you think you can help me?

A questo punto mi chiederai: «Sì, ok, hai detto quello che volevi dire, ma gli Smiths cazzo c’entrano?»
E qui non posso sbilanciarmi troppo per non “spoilerare”, ma buona parte del romanzo è permeata dalle poesie di Morrissey. Anzi, chiariamolo, dalle stupende poesie di Morrissey. Citate, riportate, vissute. E con me, su questa cosa, Lindqvist ha sfondato una porta aperta.