“Vero all’alba” di Ernest Hemingway

Sono stato in Africa con Hemingway.
Un’Africa da caccia grossa, con i portatori, i fucili e le tende (altro che resort). Un romanzo autobiografico non facile da affrontare, questo Vero all’alba, da molti punti di vista. Pubblicato postumo nel 1999, e curato dal figlio Patrick, ti consiglierei di leggerlo solo se A) ami terribilmente Hemingway, B) ami terribilmente l’Africa (e sei disposto a ignorare la stupidità della caccia) e C) ami terribilmente Hemingway e l’Africa.

Trama: in questo romanzo non accade nulla, per 370 pagine.
Fine della trama.
Potresti tranquillamente aprire il libro a un capitolo qualsiasi e iniziare a leggere, poi richiuderlo e riaprirlo ancora a un altro e andare avanti così. Non ti accorgeresti di nulla, zero cronologia.

Cosa c’è nel romanzo? La quotidianità della vita di Hemingway durante un safari di cinque mesi che fece in Kenya, con la quarta moglie. Le battute di caccia al leone, le differenze culturali con le tribù del posto, tanta terminologia swahili, le notti insonni e l’affetto per Debba, una wakamba che vorrebbe sposare il buon Ernest (che ci sguazza).

Inciso.
Hemingway è stato ampiamente criticato per la sua vena viril-cacciatrice, non sarò io ad aggiungere novità a queste critiche. Le ho viste anche io le foto di quelli che vanno a sparare al leone o all’elefante e, fosse per me, avrebbero tutti un foro in fronte. No, non c’è diplomazia, la stupidità umana non la merita, la diplomazia. Certo, con Hemingway si parla di altri tempi e posso capire che il “tema” fosse meno social e meno sentito. Non ridurrei, comunque, questo romanzo al problema della caccia.
Fine dell’inciso.

Credo che Vero all’alba mi accompagnerà a lungo, come ha fatto Fiesta – E il sole sorgera ancora. Una lettura non leggera ma che ti resta attaccata addosso. Probabilmente tra qualche anno mi sembrerà davvero di essere stato in Kenya con Hemingway, così come ora mi sembra di essere stato a Pamplona. Lo stile di scrittura, l’ineguagliabile semplicità, ti entra nelle ossa anche se la storia è inesistente.
Questo è Hemingway e, ti ricordo, che il blog nasce dalla mia enorme ammirazione per Il vecchio e il mare.
Quindi, comunque, rispetto.

Libri che ho letto di Hemingway:
Fiesta – E il sole sorgera ancora (1927)
I quarantanove racconti (1938)
Il vecchio e il mare (1952)
Vero all’alba (1954-56)

“L’isola dei pirati” di Michael Crichton

Felice come un bambino.
Ecco, questa è una buona sintesi. Leggendo L’isola dei pirati di Michael Crichton mi sono sentito felice come un bambino. Potrei smettere ora di parlarti di questo romanzo, ho già detto quanto basta, quanto necessario.
Ci ho messo un po’ a finirlo, ma il motivo è che sto facendo troppe cose contemporaneamente e quindi, negli ultimi tempi, sto dedicando meno tempo alla lettura. Ma L’isola dei pirati è un libro che ti incolla, uno di quelli che puoi iniziare a leggere al mattino e finire la sera senza mai fermarti.

1665, Giamaica. Il corsaro (non chiamatelo pirata, si incazza) Charles Hunter è incaricato dal governatore Almont di recuperare un galeone spagnolo ancorato nell’isola fortificata di Matanceros e protetto dal temibile capitano Cazalla. Ovviamente c’è di mezzo un tesoro. Hunter parte sul suo sloop con un manipolo di uomini, ognuno dei quali è esperto in un ramo particolare (navigazione, esplosioni, combattimento…). Affronta tutto e tutti, compreso il temibile kraken. Mi fermo.

Sebbene la vicenda sia frutto di fantasia, non mancano le nozioni storiche e tecniche, così come è caratteristico dello stile di Crichton. In questo caso grande attenzione è dedicata alle navi dell’epoca, alle tecniche marinare e alle usanze “piratesche”. Intrattenimento al cento per cento, sì, ma intelligente.

L’isola dei pirati è un romanzo postumo, è stato trovato nel computer di Crichton dopo la sua morte (avvenuta nel 2008). Ho letto che Spielberg starebbe lavorando per girare un adattamento cinematografico, spero sia vero.
Quello che mi stupisce è sempre l’incredibile versatilità con cui questo autore passa(sse) da un genere all’altro senza alcun problema, con buona pace di chi vorrebbe targettizzare i lettori (e quindi gli scrittori) ad ogni costo.

Ora devo solo capire se mi sia nata una nuova passione per i pirati o se la passione riguardi Crichton, indipendentemente dall’argomento trattato. Lo scoprirò presto: tra i libri già pronti da leggere ho Ai confini della Terra, la trilogia del mare di William Golding. Nel frattempo ho iniziato Vero all’alba, di Hemingway, quindi ci risentiremo a breve. Tema: Africa. Preparati al safari.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Mangiatori di morte (1976)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
L’isola dei pirati (2009)

“Odore di chiuso” di Marco Malvaldi

1895, Maremma toscana. Nel castello del barone Romualdo Bonaiuti, un tranquillo weekend di “consueto” far nulla viene sconvolto dalla morte del maggiordomo Teodoro. A questa, segue una anonima schioppettata che ferisce il barone stesso. Mentre sembra che la colpevole di tutto sia la cameriera Agatina, una serie di personaggi (residenti del castello e ospiti momentanei) sfilano di fronte al delegato di polizia incaricato formalmente di risolvere il mistero. Il formalmente è d’obbligo, poiché sarà Pellegrino Artusi, invitato speciale del barone, a suggerire la soluzione.

Come sai, di Marco Malvaldi ho letto tutta la serie del BarLume (vedi a fine post) e anche il romanzo Argento vivo. Peraltro ho avuto modo di ascoltarlo personalmente a Librixia, nel corso di un paio di presentazioni, e ho scoperto che è anche un abile e divertente oratore (qualità per nulla scontata). Questo già dovrebbe dirti qualcosa poiché, come ri-sai, io di autori italiani ne leggo davvero pochi (mi sono promesso, quest’anno, di recuperare). Malvaldi, insomma, mi piace.

Odore di chiuso è il primo di due libri (il secondo, che ho già, è Il borghese Pellegrino) con protagonista Pellegrino Artusi, cuoco letterato dal cervello rapido. Sebbene il contesto storico sia ovviamente diverso, questo romanzo è un giallo classico nello stile del BarLume. Detto in altri termini: non si sa chi sia l’assassino e si ride parecchio. I personaggi presenti nel castello vengono descritti nelle loro qualità e, soprattutto, nei loro difetti. L’occasione si presta per prendere in giro determinate categorie sociali, storiche e meno storiche.

Dietro la goliardia, e qualche gradita volgarità toscana, si cela, come al solito, un lavoro di ricerca e di preparazione non indifferente. Non solo per quanto riguarda la trama, che è articolata e complessa (oliata alla perfezione, direi), ma anche per le informazioni (sia storiche che scientifiche) che vengono distribuite qua e là durante la vicenda.
Duecento pagine che si leggono veloci ma che, per essere scritte, devono aver richiesto parecchio tempo. Ed è esattamente questo che mi piace in Malvaldi, la differenza di passo tra la presunta leggerezza e la meticolosa costruzione che questa leggerezza nasconde.

Nella mia enorme pila di libri da leggere, oltre a Il borghese Pellegrino, ho anche Vento in scatola. Ci risentiremo a breve, quindi.

Serie del BarLume:
La briscola in cinque (2007)
Il gioco delle tre carte (2008)
Il re dei giochi (2010)
La carta più alta (2012)
Il telefono senza fili (2014)
Sei casi al BarLume (2016, racconti)
La battaglia navale (2016)
A bocce ferme (2018)

Altri romanzi:
Odore di chiuso (2011)
Argento vivo (2013)

“Un canto di Natale” di Charles Dickens

Dopo aver visto S.O.S. fantasmi di Richard Donner (con il mitico Bill Murray), dopo aver visto A Christmas Carol di Zemeckis e dopo aver visto, persino, La rivolta delle ex con Matthew McConaughey, ho deciso che forse, per concludere degnamente questo 2020 dai toni un po’ cupi (così dicono), avrei dovuto leggere Un canto di Natale di Charles Dickens. Quindi l’ho fatto.
In realtà questa scelta fa parte di un progetto più ampio che vorrei iniziare nel 2021, cioè quello di inserire un maggior numero di classici (ne ho affrontati pochi), e anche di autori italiani, tra le mie letture. Vedremo.

Non ti racconto la trama di Un canto di Natale. Guarda, è quello dei tre fantasmi (Natale passato, presente e futuro) che fanno visita all’avaro Ebenezer Scrooge convertendo il suo animo alle gioie della festa e dell’altruismo. Tanto ti basti.
Ti consiglio il sopraccitato Scrooged (S.O.S. fantasmi), se vuoi fare un ripasso, il migliore tra i tre film che ho visto io e anche il più divertente (Wikipedia, comunque, riporta ben ventinove trasposizioni cinematografiche, puoi sbizzarrirti).

Che dire, mi aspettavo qualcosa di più filosofico. L’intento di critica sociale è chiaro: la condanna delle differenze economiche e dell’egoismo che porta alla povertà. Allo stesso modo Dickens evidenzia la cecità di chi sta dalla parte “fortunata” della barricata, come se l’individualismo fosse una scelta inconsapevole. Una visione, a suo modo, ottimista. Io non credo che gli uomini siano ciechi, sono semplicemente stupidi o, nella migliore delle ipotesi, stronzi. Insomma, che Scrooge non conosca le condizioni in cui vive il suo dipendente mi pare piuttosto improbabile, per capirci. Forse potrebbe essere spaventato dall’idea di morire da solo, quello sì, ma è comunque una motivazione radicata nell’egoismo.

Ho apprezzato, in modo particolare, la presenza dei due “bambini” nascosti sotto il mantello del fantasma del Natale presente: Miseria e Ignoranza. Per Dickens rappresentano i poveri, condannati al triste destino dalla classe dirigente (siamo nel 1843, ricordiamolo).
Se, per il contesto di allora, poteva starci, non credo che la metafora funzioni allo stesso modo (perlomeno non del tutto) anche oggi. È vero forse per la miseria (quella vera, non l’aperitivo o le vacanze mancate), ma ho come l’impressione che l’ignoranza sia diventata una scelta di comodo. Essere ignoranti è molto meno faticoso. Accendi la tv, compra, compra, compra, guarda la partita, compra, compra, compra, paragona il divano alla guerra, compra, compra, compra. Il 2020 non ha fatto altro che confermare le mie convinzioni.