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“Un canto di Natale” di Charles Dickens

Dopo aver visto S.O.S. fantasmi di Richard Donner (con il mitico Bill Murray), dopo aver visto A Christmas Carol di Zemeckis e dopo aver visto, persino, La rivolta delle ex con Matthew McConaughey, ho deciso che forse, per concludere degnamente questo 2020 dai toni un po’ cupi (così dicono), avrei dovuto leggere Un canto di Natale di Charles Dickens. Quindi l’ho fatto.
In realtà questa scelta fa parte di un progetto più ampio che vorrei iniziare nel 2021, cioè quello di inserire un maggior numero di classici (ne ho affrontati pochi), e anche di autori italiani, tra le mie letture. Vedremo.

Non ti racconto la trama di Un canto di Natale. Guarda, è quello dei tre fantasmi (Natale passato, presente e futuro) che fanno visita all’avaro Ebenezer Scrooge convertendo il suo animo alle gioie della festa e dell’altruismo. Tanto ti basti.
Ti consiglio il sopraccitato Scrooged (S.O.S. fantasmi), se vuoi fare un ripasso, il migliore tra i tre film che ho visto io e anche il più divertente (Wikipedia, comunque, riporta ben ventinove trasposizioni cinematografiche, puoi sbizzarrirti).

Che dire, mi aspettavo qualcosa di più filosofico. L’intento di critica sociale è chiaro: la condanna delle differenze economiche e dell’egoismo che porta alla povertà. Allo stesso modo Dickens evidenzia la cecità di chi sta dalla parte “fortunata” della barricata, come se l’individualismo fosse una scelta inconsapevole. Una visione, a suo modo, ottimista. Io non credo che gli uomini siano ciechi, sono semplicemente stupidi o, nella migliore delle ipotesi, stronzi. Insomma, che Scrooge non conosca le condizioni in cui vive il suo dipendente mi pare piuttosto improbabile, per capirci. Forse potrebbe essere spaventato dall’idea di morire da solo, quello sì, ma è comunque una motivazione radicata nell’egoismo.

Ho apprezzato, in modo particolare, la presenza dei due “bambini” nascosti sotto il mantello del fantasma del Natale presente: Miseria e Ignoranza. Per Dickens rappresentano i poveri, condannati al triste destino dalla classe dirigente (siamo nel 1843, ricordiamolo).
Se, per il contesto di allora, poteva starci, non credo che la metafora funzioni allo stesso modo (perlomeno non del tutto) anche oggi. È vero forse per la miseria (quella vera, non l’aperitivo o le vacanze mancate), ma ho come l’impressione che l’ignoranza sia diventata una scelta di comodo. Essere ignoranti è molto meno faticoso. Accendi la tv, compra, compra, compra, guarda la partita, compra, compra, compra, paragona il divano alla guerra, compra, compra, compra. Il 2020 non ha fatto altro che confermare le mie convinzioni.