“Il nome della rosa” di Umberto Eco

Qui assiso mi accingo a sciorinare apertis verbis, di certo incappando in turpissimi errori, il resoconto della lettura de Il nome della rosa che, sebbene spesso neghittoso, potius sero quam nunquam sono riuscito a terminare. Chiedo venia, e mi percuoto anzitempo le pudenda, per le sciamannate modalità del mio favellare. Ma procediamo che mali principii malus exitus

Innanzitutto devi considerare, casomai ti stessi accingendo alla lettura di queso grosso tomo (l’edizione Bompiani che ho letto consta di 540 pagine fitte fitte), che non si tratta di un romanzo di narrativa. Qualcuno potrà storcere il naso, ma la realtà è questa. Certo, c’è una trama, un racconto, una vicenda con un inizio e una fine. Ma ti sfido ad affermare che il motivo d’essere di questo libro sia la narrazione delle avventure dei due frati protagonisti. Tuttalpiù queste possono essere la scusa per imbastire un (di certo superbo) trattato sul Medioevo, sulla religione e sulla storia della Chiesa durante il periodo dell’Inquisizione. Ma partiamo da una velocissima trama.

Premessa: l’artificio utilizzato è quello del “manoscritto ritrovato”.
Nel novembre del 1327 il frate francescano Guglielmo da Baskerville e il suo allievo Adso da Melk raggiungono un monastero benedettino tra i monti dell’Italia settentrionale. (Velocizzo: tanto la storia te l’ha già raccontata Jean-Jacques Annaud nel film). Qui i monaci cominciano a morire uno alla volta e Guglielmo, un precursore del metodo deduttivo di Sherlock Holmes, è incaricato delle indagini. Ovviamente sono nascosti nell’ombra moltissimi segreti, e l’arrivo sul posto degli inquisitori rende tutto più complicato. E poi c’è la libreria, enorme, labirintica, ricca di passaggi segreti, a cui solo alcuni hanno accesso e da cui proviene un misterioso e introvabile volume. Stop.

È lo stesso Umberto Eco (in questa edizione c’è la sua interessante postfazione) ad ammettere che le prime 100 pagine dello scritto servono a scremare il pubblico. Sono infatti difficilmente digeribili, terribilmente prolisse (per sei pagine viene descritto un portale) e, dal punto di vista narrativo, inesistenti. Nelle prime 100 pagine non succede assolutamente nulla. I lettori reduci potranno poi godersi il resto del “romanzo”, che ha un ritmo più vivace (anche se comunque vivace rimane un termine eccessivo).

Ma, dicevo, la vicenda narrativa occupa forse il 20% dello scritto. Il rimanente 80% si occupa di storia, di religione, di Chiesa e, ovviamente, di linguistica e semiotica. Trattandosi di Eco lo fa in modo impeccabile, oserei dire perfetto. L’onnniscenza dell’autore trasuda da ogni pagina, devi leggere in orizzontale perché appena inclini il volume sgocciola fuori cultura ovunque. Ne segue una terminologia complessa, di certo non alla portata di tutti, e le conseguenti innumerevoli citazioni, sia letterarie che latine (senza alcuna traduzione o nota, quindi se le capisci bene, altrimenti…). Spesso anche nelle dispute verbali dei monaci, appartenenti a diversi ordini (e qui si apre un mondo riguardante il possesso o meno dei beni materiali nei vari ordini e nella Chiesa), la lingua latina è utilizzata correntemente. Tienilo da conto.

Se ne deduce facilmente che, buona parte delle copie vendute (50 mln e oltre), sia finita a fungere da prolunga alle gambe corte di altrettanti tavoli. È infatti impensabile che un’opera di questo genere possa trovare accoglimento presso il grande pubblico se non, come spesso tristemente accade, in seguito all’entusiasmo suscitato dal film. È più probabile che la famosa casalingua di Voghera si sia entusiasmata per il fascino indiscusso di Sean Connery, piuttosto che per la diatriba sul pauperismo, e che le pagine del suddetto tomo risultino utili, al più, a tamponare mutandine e umori dopo la visione del film.

A breve la Rai manderà in onda la serie tratta dall’opera di Eco, in otto episodi divisi in quattro serate. Questo il motivo per cui mi sono avventato sul volume, che attendeva la lettura da diverso tempo tra la mia pila di libri. Posso dire che andava letto, perché è un tipo di letteratura talmente perfetta che non può essere tralasciata. Che poi sia entusiasmante o divertente, beh, questa è un’altra storia. Di sicuro riporta nel Medioevo, che poi è anche il periodo culturale in cui stiamo riscivolando oggi.

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

8 pensieri riguardo ““Il nome della rosa” di Umberto Eco”

  1. L’ho letto un sacco di anni fa, nell’estate tra la terza e la quarta superiore. Mi era piaciuto un sacco, l’avevo trovato molto interessante, ma quando ne ho parlato con il mio insegnante a scuola me l’ha smontato senza pietà, dicendo che era solo l’opera di uno che se la tira e si approfitta della nostra attenzione per dimostrare quanto ne sa. Magari è vero, ma è anche indubbio che Eco ne sapesse effettivamente un sacco, e leggere da qualcuno che ne sa più di noi dovrebbe essere la base dello studio, secondo me.

    Comunque resta vero tutto quello che dici. Più un trattato sul medioevo che un vero romanzo, per quanto l’ambientazione sia davvero suggestiva e le dinamiche tra i personaggi piuttosto interessanti.

    Sono molto curioso di vedere la serie, anche se alcune cose già mi fanno storcere il naso. Tipo Adso che sembra più un modello di Abercrombie che un monaco novizio.

    Piace a 1 persona

    1. Ahah! Magari nella stanza segreta finis Africae l’Adso modello ci troverà nascosta la collezione primavera-estate!

      Credo che il tuo insegnante fosse un po’ invidioso 😉
      È vero che il dubbio che possa essere tutta un’autocelebrazione di Eco ogni tanto ti viene, tuttavia l’opera è talmente completa dal punto di vista delle informazioni e delle conoscenze storiche che, anche se lo fosse, sfido a imitarlo. È come dire che un velocista che sia riuscito a correre i cento metri in sette secondi l’abbia fatto solo per dimostrare quanto sia veloce… intanto bisogna essere in grado di farlo.

      Sinceramente non posso dire che mi sia piaciuto, ma forse era il periodo sbagliato per leggerlo. Però ci sono libri che non ti piacciono e di cui puoi dire “è brutto” o “è noioso”, e altri, come questo, di cui non si può non ammettere la grandiosità.

      Piace a 1 persona

      1. Credo anche io che fosse invidioso. Anche perché era pure lui un linguista con elevatissime aspettative di carriera universitaria, ma un’altrettanto elevata social awkwardness che l’aveva reso un po’ una macchietta tra gli altri insegnanti.

        Sicuramente non è un libro divertente o facile da leggere; non è la lettura rilassata che puoi fare al mare o per staccare il cervello. Ma leggendo hai davvero l’impressione di imparare qualcosa, e questo lo rende grande.
        Però altri libri di Eco non sono mai riuscito a finirli. Ho provato a iniziare almeno tre volte Il Cimitero di Praga ma non sono mai arrivato nemmeno a metà.

        Piace a 1 persona

Rispondi a Daniele Artioli Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.