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“Stoner” di John Williams

È difficile parlarti di Stoner adesso, dopo che l’hanno già fatto tutti. Sarebbe interessante avere un punto di vista diverso, dirti: «A me questo libro non è piaciuto», ma mentirei. Eppure ero terribilmente scettico prima della lettura, come lo sono per tutte quelle cose che suscitano un’ammirazione diffusa, massificata. Ho dovuto ricredermi, perché Stoner è effettivamente un romanzo eccezionale nella sua incredibile semplicità. Divenuto best seller più di quarant’anni dopo la prima pubblicazione, Stoner (1965) è anche la prova evidente di come non siano sufficienti un bravo autore e un ottimo stile, per avere successo. È la prova di come la fortuna, il corso degli eventi e la competenza editoriale giochino un ruolo primario nella riuscita di un libro. Con buona pace di John Edward Williams, morto nel 1994.

William Stoner, figlio di poveri contadini, si laurea e diventa professore universitario. Sposa Edith, con la quale ha una figlia, Grace, e un rapporto infelice e insoddisfacente. Lavora incessantemente, facendosi qualche nemico e sentendosi sempre non totalmente soddisfatto degli obiettivi raggiunti. Ama, per un breve periodo, una donna, Katherine Driscoll, nella consapevolezza che con lei potrà avere solo una relazione clandestina e destinata a interrompersi. Mi fermo.

Per le prime trenta o quaranta pagine Stoner ti respinge (o, almeno, ha respinto me), poi qualcosa cambia. L’arrendevolezza del protagonista, il suo modo di non opporsi agli eventi, ti conquista. Da un momento all’altro cominci a desiderare che accada qualcosa solo per vedere come Stoner riuscirà a non reagire. E, mentre sei lì a guardarlo, vorresti dargli una spinta (uno spintone, forse), incitarlo perché faccia qualcosa. Invece lui accetta (quasi) tutto, opponendosi solo alle ingiustizie lavorative e, in ogni caso, facendolo in un modo del tutto personale, senza clamore, senza rabbia esplicita.

Stoner è una vita che passa, come tante, nel quasi totale anonimato. L’accettazione e la consapevolezza di un’esistenza (forse) superflua sono le caratteristiche di William Stoner stesso, che risulta quindi un personaggio difficile da digerire (soprattutto nella nostra società moderna: non siamo abituati a un tale livello di umiltà). Stoner si arrende, non lotta, e ottiene quanto ottengono molti altri che, invece, si battono con le unghie e con i denti. Stoner, in definitiva, è una riflessione molto dura sulla vita, una riflessione quasi impossibile da accettare.

L’edizione che ho letto aveva due bonus non indifferenti. Un’intervista a John Williams da parte di Bryan Woolley, nella quale l’autore parla di letteratura in generale, e uno scambio epistolare dello stesso Williams con l’agente letteraria Marie Rodell, che mette in luce le iniziali difficoltà della pubblicazione di Stoner. A tal proposito, è sempre rincuorante scoprire come anche un grande romanzo trovi delle grosse difficoltà a essere pubblicato.