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“Contro il vento alta è la sua fronte” di Matteo Campese

Come ormai sai bene, è abbastanza difficile che io segua il circo promozionale che ruota attorno all’uscita di un libro ed è altrettanto improbabile che legga libri recenti, se non quelli pubblicati dai miei autori preferiti. Questo preambolo per dirti che, invece, in questo caso, il circo con giraffe, zebre ed elefanti, l’ho seguito e arrivo “sul pezzo” con una certa preparazione. È una sensazione strana, che mi porta a diverse riflessioni inedite, con le quali mi insinuerò nelle tue orecchie (sperando tu non abbia ancora aderito alla demonizzazione plasticologica del cotton fioc).
Il motivo è semplice e, se hai controllato il blog recentemente, dovresti già conoscerlo. Contro il vento alta è la sua fronte viene pubblicato come quattordicesimo libro della collanna Leggi RTL102.5 (edita da Mursia) e, come ormai saprai, il tredicesimo era L’amico giusto, il romanzo con il quale ho vinto il “Premio Letterario RTL 102.5 E Mursia Romanzo Italiano”.
Eccoti spiegata, in gran parte, la mia preparazione.

In gran parte, però, significa non solo. Perché Matteo Campese, autore di Contro il vento alta è la sua fronte, è in realtà lo speaker Nessuno di Radiofreccia, che io ascolto spesso, durante il mio allenamento, tra le 16 e le 18 del pomeriggio. E questo è il secondo motivo della mia preparazione, ed anche l’aggancio alla mia prima riflessione…
Già, perché se leggi questo romanzo pensando a Nessuno sei fuori strada, e non solo un po’, ma del tutto. Tu Nessuno lo devi dimenticare, così come la foto del giovane ragazzo in camicia floreale che appare sul retro del volume. Devi invece ascoltare quello che dice l’autore, Campese, nelle sue interviste e solo lì troverai la “verità” e le intenzioni che hanno portato alla stesura di questo romanzo.

Io non ho letto Lo straniero di Camus (rimedierò), che l’autore dichiara esplicitamente essere la sua fonte d’ispirazione, ma ho letto La peste e, rimanendo nel filone “famoso” degli esistenzialisti, ho letto anche La nausea di Sartre. Posso dirti che, effettivamente, è a questi romanzi che ho pensato nell’affrontare Contro il vento alta è la sua fronte.

Ma un po’ di trama (e mai un po’ fu così idoneo, dal momento che la trama è in realtà poca e non è chiaramente il motivo principale della scrittura del romanzo).
Un soldato senza nome è il solo prigioniero di un carcere in un deserto africano. Unica sua compagnia Mosè, un topo (pensante). Il soldato viene rifornito di viveri ogni quindici giorni e trascorre tutto il tempo riflettendo sulla vita e confidandosi con il topo, testimone silente delle sue memorie (l’incontro con una prostituta e poco altro, che non svelo). Sì, anche il topo riflette, nel caso tu te lo stia chiedendo. Cosa avrà mai fatto, il soldato, per essere incarcerato? Perché non c’è nessuno, oltre a lui, nella prigione? Mi fermo.

Come ti dicevo, nel romanzo non accade quasi nulla. La trama è solo una scusa per riflettere in modo approfondito sul senso della vita, su cosa significhi essere un (U)uomo, sulla solitudine e sull’individo. Sì, come ti ripeto, siamo in pieno esistenzialismo. È inoltre evidente che ogni singola frase sia stata partorita con attenzione quasi maniacale nella forma e nel lessico, ricercando uno stile di scrittura volutamente antico, ispirato ai grandi autori di questa corrente.

Contro il vento alta è la sua fronte non è un romanzo facile e non è per tutti. È un romanzo che, come affermato dallo stesso autore, ricerca il bello. Un bello, nel senso intellettuale del termine, che forse era maggiormente apprezzato in passato rispetto a quanto lo sia oggi, nella nostra società del veloce consumo usa e getta. Purtroppo viviamo in un periodo in cui è molto più importante l’azione della riflessione. Campese ti obbliga a fermarti, ad andare lento e a pensare.

In definitiva, come avrai capito, questo romanzo mi è piaciuto. Probabilmente non lo rileggerò, la leggerezza è un’altra cosa, ma rileggeresti mai il romanzo di un esistenzialista? Forse, allora, anche questo è un pregio, un obiettivo centrato.

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Un’ultima mia nota (te ne avevo promesse…), che mi conferma quanto ho sempre pensato. I romanzi dovrebbero vivere per conto proprio, slegarsi dall’autore in maniera radicale. Questa ossessione odierna che abbiamo per l’immagine, per la necessità di conoscere, toccare e vedere chi li ha scritti, è il frutto della superficialità che contraddistingue la società odierna. Come se fosse importante sapere dove faccia la spesa uno scrittore, a che ora pranzi e quando debba andare al cesso. L’era dei social ha distrutto la possibilità di ispirasi a qualcosa (qualcuno) di elevato, perché rende pubblico ciò che dovrebbe rimanere privato. E questo vale per tutti gli artisti in generale. Le opere possono volare alte, le persone restano ancorate a terra. Ci siamo privati della possibilità di imitare qualcuno che non esista, svelando il trucco dietro il sipario.
Ora è ancora più facile rimanere a terra e fare schifo, come specie, senza sentirci in colpa.