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“Jurassic Park” di Michael Crichton

Sproloquio introduttivo.
Se escludiamo la mia nota passione per Stephen King, ho evitato per anni i grandi nomi della lettaratura internazionale contemporanea. Quei nomi, per capirci, che vendono milioni di copie e che trovi ovunque, fin dentro i piccoli supermercati dove tengono solo i “top” in classifica. È stato un grosso errore di cui mi sono reso conto ultimamente, non solo con il “qui presente” Michael Crichton ma anche con, ad esempio, James Ellroy, Dean Koontz, ecc. dei quali ti ho parlato da poco. Potrei stilarti una lista lunghissima di autori arcinoti che non ho mai letto: Wilbur Smith, Ken Follett, John Grisham… Un errore forse giustificato da una valutazione distorta, dovuta alle attuali classifiche di vendita che non si basano sul merito e sulle abilità letterarie, ma su altri fattori. Questi signori, però, vendevano ben prima che a scalare le classifiche ci fossero gli influencer di Instagram, gli youtuber e i calciatori, prima che, a far vendere, fosse un fatto di cronaca o qualche tragedia. Questi vendevano perché erano bravi, che è tutta un’altra cosa. Forse non saranno i Mozart o i Beethoven della letteratura, quelli li lasciamo fare a Hemingway o Steinbeck, ma di certo sono delle rockstar che hanno guadagnato il palco con sudore e abilità, come degli Springsteen o dei Jagger.
Ecco, l’ho detto.

Qui ci sarebbe il punto, recentemente introdotto al fine di farti stare più sereno con gli standard a cui sei abituato, dove ti racconto la trama del romanzo. Con Jurassic Park, concedimelo, lo saltiamo.

Questo romanzo si divora, anche senza essere un velociraptor… Tieni presente che, ovviamente, avevo già visto il film di Steven Spielberg e che quindi l’effetto sorpresa era molto limitato. Ciò dovrebbe darti un’idea di quanto Crichton sia bravo a farti tenere alta l’attenzione. Ogni minuto è buono per prendere in mano il libro e andare avanti, 500 pagine si bruciano come niente. Di sicuro leggerò il seguito, Il mondo perduto, ma è altrettanto sicuro che inserirò questo autore tra i miei “devo leggere tutto quel che ha scritto”. Ho già Sol levante nella pila dei libri.

Una curiosità.
Essendo Jurassic Park tra i libri di fantascienza più famosi degli ultimi tempi, sono andato a leggermi un po’ di recensioni per capire cosa ne pensassero i lettori, quali fossero le parti più apprezzate e quelle meno. Incredibilmente, le critiche (poche, ma ci sono) sono tutte dirette verso la figura del matematico Ian Malcolm (Jeff Goldblum, nel film), cioè il personaggio che a me è piaciuto di più. Malcolm rappresenta la parte più filosofica/riflessiva del romanzo, la critica più profonda alla superficialità umana. Il suo discorso sull’utilizzo della scienza come strumento di vendita è semplicemente fantastico e più che attuale. Malcolm sostiene (in breve) che la scienza assuma le conoscenze pregresse senza avere patito il sacrificio della ricerca, perdendo così il contatto con la realtà e occupandosi solo del prossimo “gradino”, incurante degli effetti a lungo termine di questo atteggiamento. Il potere ottenuto senza la disciplina, nata dal sacrificio, viene utilizzato in modo sconsiderato. La scienza si eredita, la disciplina no. L’ “avventata corsa alla commercializzazione” è la diretta conseguenza di tutto questo.
Hai forse qualcosa da obiettare?

“Come sasso nella corrente” di Mauro Corona

Come già successo in passato, prima di leggere quello che sto per scrivere, ti chiedo di effettuare un enorme sforzo cognitivo e dimenticare il Mauro Corona personaggio per concentrarti solo su Mauro Corona scrittore. Anche se ormai lo saprai, sono due entità ben distinte. (Se non lo sai significa che è la prima volta che passi di qui. Scorri il post fino alla fine, dove trovi gli altri libri di Corona che ho letto, e ripassa.)

Come sasso nella corrente.
Mi è piaciuto? Ni. Per certi versi è uno dei migliori romanzi di Corona (senza scomodare quel paio di titoli che nemmeno ti vado più a citare), per altri uno dei peggiori. Ma prima vediamo di cosa parla, così sei contento e non ti vengono le emorroidi da stress.

Autobiografia in terza persona dello scrittore (o almeno lo sembra molto) fino alle ultime pagine, quando vira verso un genere misterioso/fantastico. Ecco, questa è la trama, sono stato più ermetico del solito. Ok, ok, ancora un paio di cose. Cupo e triste, questo romanzo racconta l’esistenza di un uomo che dalla vita ha avuto tutto e niente. Tutto, perché ha ottenuto il successo e la notorietà, che hanno gonfiato il suo ego e soddisfatto il suo narcisismo; niente, perché l’infelicità non lo ha mai lasciato, impedendogli di godersi anche quei momenti superficiali a fronte della ricerca di qualcosa di profondo, che non è riuscito a trovare. Ad ogni modo, è chiaro che una delle principali cause di questa sofferenza sia imputabile a un’infanzia negata, caratterizzata da una madre assente e da un padre violento. Solo dopo è arrivata la vita, che ha cinghiato il protagonista laddove non lo aveva già cinghiato il padre.
Cupo, dicevo. Triste.

Tuttavia…
Tuttavia in questo romanzo si trovano dei singoli paragrafi che sono i migliori che abbia mai letto scritti da Corona. Estrapolati dal contesto, sono poesia pura. Forse perché, in fin dei conti, vediamo la vita in modo simile. E, siccome un esempio vale più di mille parole…

Erano buone ore quando stavano assieme. Buone per ciò che restava delle loro anime. Le loro anime non erano intere. In passato le avevano divise con qualcuno che era stato allontanato. Chi viene allontanato non se ne va a mani vuote, ruba sempre un po’ d’anima all’altro. Non si esce ad anima integra da una separazione o da spartizioni di beni comuni. Il passato condiviso non si cancella, resta lì col muso duro e il pugno chiuso, a rammentarci che è esistito. Dentro al pugno un po’ d’anima dell’altro. E viceversa.

Per il resto, invece, Come sasso nella corrente non mi ha particolarmente coinvolto, la lettura è stata lenta. Questo anche per una certa ripetitività nella costruzione della frase (ecco, sono cose di cui di solito non mi accorgo, per dire) che tende a riformulare sempre lo stesso concetto, più volte, aiutandosi (troppo) spesso con elenchi di sinonimi. La sensazione è quella di una cantilena che procede per alti e bassi, senza mutamenti. Quando ti aspetti una ripetizione… taaac, arriva, puntuale.

Nel complesso ti direi di leggerlo, non tra i migliori libri dello scrittore/alpinista/scultore/showman, ma di sicuro molto diverso dagli altri. Ecco, forse è questa la cosa più interessante: mentre alcuni suoi titoli, trascorso un po’ di tempo, faccio fatica a distinguerli gli uni dagli altri (soprattutto quelli composti da racconti), questo mi rimarrà in mente. Ha una sua personalità intimista (cupa sempre, eh) ben definita. Così cupa che, in fondo, mi attira.
Ah, ho comprato anche Storia di neve, regolati.

Libri di Mauro Corona di cui ti ho già parlato:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
Come sasso nella corrente (2011)
La casa dei sette ponti (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)

“La regina rossa” di Sara Di Furia

Per una volta partirò parlandoti del contenitore, invece che del contenuto. Sì, lo so, è una cosa superficiale, ma tanto ci viviamo in un mondo superficiale, quindi non vedo perché tu ti debba stupire. Comunque, questo libro è proprio bello fisicamente, è rilegato in un cartoncino rigido che da subito l’ha reso ai miei occhi, e soprattutto alle mie mani, un oggetto di pregio. In questa specie di atmosfera feticciamente cronenberghiana continuo inconsciamente a tastarlo e a palpeggiarlo, prima o poi finirò per morderne gli spigoli…

Bene, veniamo a noi. Ho tentato di divagare per non cascare da subito nel campanilismo che mi tenta (è tentacolare, direbbe la Giovanna de Il ragazzo di campagna) e mi spinge a parlarti bene di un’opera nata dalla penna (come se poi si scrivesse ancora a penna) di un’autrice originaria di Brescia [ridente cittadina del nord Italia immersa in un bucolico contesto a metà tra il lago e la montagna], come me.
Sì, insomma, veniamo a questo La regina rossa di Sara Di Furia.

Romanzo gotico, fantasy, horror, storico. Un multiatmosfera, in pratica, che ho trovato particolarmente idoneo per accompagnare l’arrivo fulmineo dell’inverno (non credo si possa leggere un romanzo gotico con il caldo, parere personale). La trama, come sempre, te la accenno soltanto.
Inghilterra, 1863. Una bambina, Christianne, viene adottata da una ricca e nobile famiglia, i Klein. Se si escludono le due sorelle più piccole, è sgradita da subito a tutti, poichè presenta dei segni ascrivibili al Male: un vistoso neo e l’abbozzo di un sesto dito. Passato qualche anno, e in seguito a un paio di disgrazie, la ragazza si trova effettivamente in situazioni paranormali che la costringono a fare i conti con sé stessa. Che sia davvero una strega? Perché vede gli spiriti dei morti? Non aggiungo altro, se non che c’è un costante rimando alle opere di Edgar Allan Poe, altrimenti ti spoilero troppo (hai visto che ho iniziato anche io a utilizzare questi termini stronzeggianti alla moda, eh?).

Mi è piaciuto? Sì, mi è piaciuto.
È un romanzo scorrevole e leggero, sono circa 200 pagine che vanno via veloci. C’è una parte centrale in cui le sottotrame amorose hanno rischiato di prendere un po’ troppo il sopravvento, per i miei gusti, ma questo probabilmente perché sono io a essere ostile a un certo tipo di emotività di stampo femminile (insomma, nell’immaginare questa vergine in costume, che desidera il suo precettore, già fantasticavo un’atmosfera “ott”, la versione hot dell’800). Per il resto l’autrice ha costruito una storia nella quale misteri e enigmi ti invogliano a girare pagina per scoprire come prosegue la vicenda. Ho apprezzato, peraltro, alcune cose di cui non posso parlarti troppo (per ovvi motivi), come la riflessione sull’immortalità e un finale che non è scontato.
Bene, recupererò il romanzo successivo di Sara Di Furia, Jack. Questo dovrebbe bastarti.

“Tra cielo e terra – Racconti fantastici” di Davide Camparsi

Avevo già letto un paio di antologie del Trofeo Rill (te ne ho parlato qui: Davanti alla specchio e Ana nel campo dei morti), ma è la prima volta che mi avvicino alla collana parallela “Memorie dal Futuro”, che si occupa di un solo autore per volta,  scelto sempre tra i partecipanti al Trofeo Rill. Bene, ora l’ho fatto.

Tra cielo e terra è una raccolta di dieci racconti fantastici/fantascientifici/horror/fantasy (ok, ho finito) del veronese Davide Camparsi, classe 1970. Forse, però, il genere al quale questi racconti maggiormente appartengono è quello umano (ammesso che, letterariamente parlando, esista). Già, perché quello che mi è piaciuto di più in queste dieci storie è proprio come l’autore sia riuscito a mantenere ancorati gli elementi fantastici all’emotività dei personaggi, senza perdere il collegamento con i sentimenti. Ma mi spiego meglio…

Quello che spesso accade con la fantascienza (e l’horror), sia in ambito letterario che cinematografico, è che lo scollamento dal reale porti anche a una maggiore distanza dalle reazioni umane dei protagonisti. Parliamoci chiaro, Alien è un capolavoro, ma a nessuno gliene frega nulla di quello che prova Ellen Ripley, l’elemento centrante è la trama e la tensione del racconto. Se invece guardi Blade Runner (così rimango su Ridley Scott) l’emotività entra fortemente a far parte della storia, potenziandola. Potrei dirti la stessa cosa parlandoti di autori della fantascienza classica: Asimov è un genio indiscusso, ma chi mai si è sentito coinvolto (sempre a livello emotivo, intendo) leggendo uno dei suoi romanzi? O davvero tu, leggendo Tre millimetri al giorno di Matheson, ti chiedevi cosa avresti provato a essere al posto del dottor Carey? Non credo. Ti chiedevi, magari, cosa sarebbe successo di lì a poco, come sarebbe proseguita la storia, questo sì.

Ecco, Camparsi, invece, applica le situazioni “al di là del reale” all’essere umano reale. In poche pagine ti affezioni ai protagonisti, che sono parte integrante della storia e non solamente il mezzo che serve per attraversarla. Potresti esserci tu lì, al loro posto. E così, se Dio scendesse sulla Terra come nel racconto Non di solo pane, avresti gli stessi dubbi e dilemmi che ha quel ragazzino di tredici anni che ti descrive i suoi problemi con il “boss”. Torni a essere un adolescente innamorato in È tutto così fragile e la cosa fondamentale non è tanto come gestire una polaroid che scatta fotografie del futuro, ma come questa situazione influisca sull’amore che provi per quella ragazza che hai sempre desiderato.

Insomma, avrai capito che questa raccolta mi è piaciuta, e mi è piaciuta parecchio. Ha quel sapore nostalgico e vagamente disperato che mi attrae, come una porta che si apre su un mondo che non conosci e che puoi esplorare solo se accetti di abbandonare per sempre quello al quale appartieni (come ne L’uomo che apriva porte su altrove o ne La chiave di Keats). Quel stesso sapore nostalgico che rende benissimo la copertina di Valeria de Caterini.

Sono contento di avere scoperto sia Camparsi che la collana “Memorie dal Futuro”. Ah, e tra le mani ho già Leucosya (l’antologia Rill di quest’anno) e L’esatta percezione di Andrea Viscusi (altra monografia), quindi te le beccherai a breve, non dubitare. E, così a occhio, non solo quelle.

“La città dei libri sognanti” di Walter Moers (serie Zamonia)

Walter Moers è un genio. Ok, ora possiamo iniziare.

La città dei libri sognanti è il quarto romanzo della serie di Zamonia, cominciata con lo spettacolarissimo Le tredici vite e mezzo del capitano orso blu. Un serie che, in teoria, sarebbe dedicata ai più giovani ma che, in pratica, richiederebbe dei “più giovani” particolarmente svegli e intelligenti (o geneticamente modificati). Già, perché il livello di gioco che raggiunge Moers con la lingua (e quindi il fantastico traduttore Umberto Gandini) è qualcosa di unico e inimitabile, difficile da comprendere per gli italici fanciulli figli di italici (mediamente) imbecilli.
[No, non è una polemica inutile. In un paese dove il 60% della popolazione non legge neanche un libro all’anno l’imbecillità è un dato oggettivo.]

Ma torniamo a La città dei libri sognanti che, proprio in merito a quanto appena detto, è una totale e immensa dedica al mondo della scrittura e della letteratura. Non è un romanzo leggero e, talvolta, ho rischiato di arenarmi nei punti più prolissi. E non è nemmeno divertente come il primo della serie o come Rumo e i prodigi nell’oscurità. La città dei libri sognanti è un omaggio dovuto, anche da parte di chi si impegna a leggerlo, alla bellezza del mondo letterario. Per affrontare 500 pagine di giochi di parole e anagrammi ci vuole una predisposizione d’animo non indifferente!

Cerco di farti capire di cosa ti sto parlando.
Il vermicchione (abitante di Forte Vermicchio) Ildefonso de’ Sventramitis ha scritto una biografia in venticinque volumi dal titolo Diario di viaggio di un dinosauro sentimentale. La città dei libri sognanti è la traduzione dei soli primi due capitoli, ad opera di Walter Moers (eh?), dove lo Sventramitis narra la sua avventura nella città di Librandia in cerca dell’autore di un manoscritto lasciatogli dal suo padrino (letterario) Danzelot lo Spaccasillabe. Qui il vermicchione incontrerà moltissimi personaggi e visiterà le catacombe della città in cerca di Colofonio Lucorumido, il più grande cacciatore di libri mai vissuto. E ancora, agenti letterari, shokkie, squalombrichi… Non ti dico altro, ma a seguire ti elenco i nomi (copio da wikipedia) dei Librovori (creature che imparano a memorie opere letterarie di un singolo autore) che Ildefonso incontra nelle catacombe di Librandia. Gli omaggi alla letteratura, esistita e esistente, sono talmente tanti da non riuscire nemmeno a identificarli tutti!

Librovori
Ojann Golgo van Fontheweg (Johann Wolfgang von Goethe)
Gofid Letterkerl (Gottfried Keller)
Danzelot lo Spaccasillabe
Perla La Gadeon (Edgar Allan Poe)
Ali Aria Erkmirrner (Rainer Maria Rilke
Sanotthe von Rhüffel-Estond (Annette von Droste-Hülshoff)
T.T. Strillalasalsiccia (Kurt Schwitters)
Idro Blorn (Lord Byron)
Göfel Ramsella (Selma Lagerlöf)
Fatoma Senape (E.T.A. Hoffmann)
Orca de Wils (Oscar Wilde)
Balono de Zacher (Honoré de Balzac)
Reta Del Petarrosto (Adalbert Stifter)
Ugor Vochti (Victor Hugo)
Holgo Bla (Hugo Ball)
Woski Disgrasciagur (Dostojewski)
Wonog A. Ciavarni (Iwan Gontscharow)
Collerico Cervellotico
Ovidio de’ Fresarime
Akud Rimescolo
Eseila Wimpershlaak (William Shakespeare)
Clas Raisden

Ci sono poi evidenti riferimenti a Il nome della rosa e molti altri romanzi. I numeri dei capitoli, inoltre, sono scritti in base ottale, un particolare sistema numerico inventato da Moers (anche per quanto riguarda la simbologia grafica). Ti ricordo, a tal proposito, che Moers illustra i suoi libri con diverse immagini di cui è lui stesso il disegnatore.

Io resto dell’idea che un mondo dove i lettori di questo romanzo fossero davvero dei bambini sarebbe un mondo migliore. Ripeto, forse il volume più “pesante” della serie, il meno veloce e coinvolgente dal punto di vista della trama, ma comunque un capolavoro. E sì, ho già comprato L’accalappiastreghe, voglio al più presto tornare nel regno dei tenebroni a più cervelli e degli arpiri. Voglio trovare la mia unza (l’ispirazione divina!) e so per certo che potrò farlo solo a Zamonia.

Serie di Zamonia:
Le 13 vite e mezzo del capitano Orso Blu (1999)
Ensel e Krete (2001)
Rumo e i prodigi nell’oscurità (2002)
La città dei libri sognanti (2004)
L’accalappiastreghe (2007)
Il labirinto dei libri sognanti (2011)
La principessa Insomnia e il rovello notturno color incubo (2017)
Weihnachten auf der Lindwurmfeste (2018, non ancora tradotto)
Der Bücherdrache (2019, non ancora tradotto)

“Il grido del falco” di Renata Bovara

Tu non lo sai, ma io ho delle regole.
Ti risparmierò quelle del tipo “non si esce quando piove” e “vietate le cene con più di cinque persone” (che non sempre riesco a rispettare) limitandomi a elencartene un paio inerenti la lettura dei libri. Una è “mai eBook di narrativa”, un’altra è “non si leggono più romanzi contemporaneamente”. La prima è dovuta al fatto che maltollero l’esistenza stessa degli eBook, giustifandoli solo sotto forma di guida turistica (per ovvie ragioni di praticità). La seconda è, invece, una strategia che mi impedisce di fare arenare la lettura di un libro preferendone un altro. Ecco, con Il grido del falco di Renata Bovara, le ho infrante entrambe. A mia discolpa, questo romanzo non è reperibile in cartaceo e l’eBook, per forza di cose, non è sempre comodo da portare in giro, a differenza del buon vecchio albero assassinato e fatto a fettine. (Quindi, nel frattempo, sto leggendo anche La città dei libri sognanti di Walter Moers, di cui ti racconterò tra qualche giorno).

Se ricordi, ti avevo già parlato di Renata Bovara per Spiagge sospese, finalista al “Premio Letterario RTL102.5 – Mursia Romanzo Italiano” (concorso al quale sono legato per ovvie ragioni), che mi era piaciuto molto. Bene, mi è piaciuto anche Il grido del falco (fine della suspense, ma quanto ti ho fatto sudare, eh?).

Trama. (Poca, as usual).
Cora vive a New York, dove conosce il ricco Theo e ne diventa l’amante. Poi si diffonde un virus che decima la popolazione, si salvano solo pochi eletti. Cora sopravvive, ma che fine ha fatto Theo? Perché la evita?
(C’è un falco in tutto questo, motivo del titolo e della bella illustrazione in copertina che, a quanto ho capito, è opera del fratello dell’autrice).

Il romanzo si divide in due parti. Nella prima è maggiore l’introspezione della protagonista, che indaga la figura dell’amante, con i sacrifici e le scelte che deve affrontare chi si trovi in questa “posizione”. Nella seconda c’è un maggiore sopravvento della trama post-apocalittica, con qualche accenno di critica sociale a un sitema-mondo legato a doppio nodo con il denaro (non posso essere più specifico senza svelarti troppo). A prevalere è soprattutto la parte emotiva (non aspettarti un romanzo di fantascienza, non lo è) dove l’epidemia sembra talvolta una scusa per sondare meglio la solitudine dell’individuo. È un po’ come se a mancare non fossero tanto le persone, quanto l’umanità.

Anche Il grido del falco , così come Spiagge sospese, è un romanzo fortemente femminile. Difficile (se non impossibile) per una brutale, burbera, barbara, bestiale (e altre cose con la B) mente maschile riuscire ad accedere appieno alle inquietudini che turbano la protagonista.
Quello che apprezzo molto di questa scrittrice è l’assoluta riconoscibilità nello stile. Uno stile elegante e raffinato (sì, lo so, uso parole inconsuete, sarò stato sbrutalizzato dalla lettura) che non utilizza mai una terminologia complessa, facendo della semplicità la sua forza.

C’è poi un’altra sensazione che ho avuto leggendo questo romanzo. Un po’ come nell’Animali notturni di Tom Ford, il libro pare scritto per “farla pagare” a qualcuno. Sarà stata la rabbia della protagonista, non lo so, ma ho avuto l’impressione che fosse in parte autobiografico.
Di sicuro, in caso, lo saprà meglio Theo.

“Così dolce, così innocente” o “Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Shirley Jackson

Da parecchio tempo, nel mio interminabile elenco di libri da recuperare, ci sono L’incubo di Hill House (tradotto anche come La casa degli invasati) e, al secondo posto e sempre di Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello. Trovandomi al mercatino dell’usato (dove ormai ho messo radici tanto che vengono a innaffiarmi) non ho quindi esitato ad accaparrarmi questo Così dolce, così innocente, nonostante la copertina in stile Piccole donne dell’edizione Mystbooks Mondadori. Solo più tardi, per la precisione sul… ehm… divano,  ho scoperto che Così dolce, così innocente sia, in realtà, proprio Abbiamo sempre vissuto nel castello (1962) nella sua prima traduzione italiana (1990). Sopra ti ho inserito anche la foto della copertina dell’edizione americana, che è più cupa e coerente con il tema trattato (altrimenti rischio tu ti aspetti io legga anche Heidi).

Il romanzo racconta la quotidianità delle due sorelle Blackwood, Mary Katherine e Constance, sopravvissute, sei anni prima, all’avvelenamento dell’intera famiglia durante una “normale” cena. L’unico altro reduce è lo zio Julian, che però se la passa malino proprio a causa degli effetti dell’arsenico: è rimbambito e non è più in grado di camminare. Constance, indagata per l’accaduto, è stata dichiarata innocente per mancanza di prove. I tre vivono “allegramente” blindati nella villa/castello dei Blackwood, dove trascorrono le giornate facendo le pulizie e coltivando l’orto. Lo zio scrive un eterno resoconto di quanto accaduto, senza mai venirne a capo, ma fornendo man mano dettagli sempre più approfonditi sulla situazione della famiglia. Poi arriva un cugino, tale Charles, che disturba i delicati equilibri di questo gruppo di squilibrati. Ah, dimenticavo, ovviamente in paese tutti odiano le sorelle, ritenendole le vere assassine mai scoperte.

Tu, che mi conosci, avrai già intuito che a me Abbiamo sempre vissuto nel castello non è che sia piaciuto tanto. E sì, lo so, di andare maledettamente controcorrente, ma forse avevo aspettative altissime, cosa devo dirti. È un romanzo dove la trama conta poco (in realtà non succede praticamente nulla) e dove tutta la narrazione punta sui risvolti psicologici, sulla pazzia mai fortemente esplicitata. L’unico mistero (che tale non è) è chi abbia messo l’arsenico nello zucchero, svelato comunque a pagina 155 (di 200). E, capiamoci, si intuisce già a pagina due. Shirley Jackson è bravissima a raccontare questo tipo di malattia mentale condivisa, con dettagli e piccolezze, senza mai cadere nella tentazione di buttare giù un evento forte, qualcosa di singolarmente disturbante. Non ci sono morti violente (se non quelle della cena), non ci sono grandi brividi. La sensazione è quella di essere in una “normale” abitazione di paese dove prima o poi verrà fatto un TSO (trattamento sanitario obbligatorio), nulla di più.

La parte maggiormente interessante riguarda le relazioni tra i compaesani e le ragazze. Chi le tratta come fossero streghe, chi le vorrebbe vedere bruciare, chi le aiuta (ma forse più per paura che per altruismo). Durante un particolare evento (che non ti svelo, altrimenti ti anticipo l’unica “azione” presente) si instaureranno poi tutti quei meccanismi che i media contemporanei ci hanno fatto conoscere bene: la condanna, l’odio, la vendetta e poi il rimorso, il timore, la richiesta di assoluzione. Il romanzo è dei primi anni ’60 e quindi, probabilmente, la Jackson è brava a precorrere i tempi. Oppure da allora ad oggi non è cambiato nulla, cosa forse più probabile.

Ci risentiremo comunque con The Haunting of Hill House, dove il mio confronto personale sarà inevitabilmente con La casa d’inferno di Richard Matheson. Lotta dura, vedremo.