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“Senza veli” di Chuck Palahniuk

Con Senza veli ho letto esattamente dieci libri di Palahniuk, mi manca quindi veramente poco per l’opera omnia e ho già Dannazione sottomano, quindi siamo sulla buona strada. I picchi di Soffocare, Survivor e Fight Club non si sono ripetuti, però alcuni dei suoi romanzi mi sono piaciuti molto lo stesso, come Gang bang ad esempio, anche se più “leggeri” rispetto ai must have.

Questo Senza veli ti spezza le gambe nelle prime 50 pagine, ma poi un pochino si riprende, ed è comunque godibile in alcuni tratti anche se probabilmente rimane uno dei peggiori romanzi (se non il peggiore) di Chuck. L’inizio è terribilmente e pesantemente nozionistico, cosa a cui Palahniuk ci ha abituato e che generalmente è uno dei suoi punti di forza, ma non questa volta, poichè le informazioni elargite sono davvero troppe e spesso prevalgono sulla storia. Storia che, appunto, risulta essere un po’ debole, tanto che avevo previsto il colpo di scena finale a un terzo del romanzo.

Te lo consiglio solo se sei un vero appassionato di cinema d’altri tempi, i tempi dei fratelli Marx per capirci. Io amo il cinema, ma ho avuto comunque delle difficoltà a trovare interessante quello che spesso si è rivelato essere un semplice snocciolinare nomi di celebrità, film e luoghi. In definitiva in questo romanzo succede poco e quel poco che succede è abbastanza scontato e prevedibile. Peccato.

“Pigmeo” di Chuck Palahniuk

“Porta non più rimarginata dentro muro” significa: la porta si è aperta. Ecco. Immaginati un intero romanzo scritto in questo linguaggio e puoi avere un’idea parziale di Pigmeo.
Il protagonista è un ragazzino terrorista, proveniente da un non ben precisato paese, che parla (molto/troppo) male la lingua. La storia è raccontata in prima persona, di conseguenza siamo vicini a un esperimento letterario più che a un vero e proprio romanzo. Fino a pagina 100 ti penti di aver acquistato il libro, poi il cervello, che è incredibilmente versatile, inizia ad adeguarsi al linguaggio del Pigmeo, e ti godi la restante metà della storia. Sicuramente uno dei libri più odiati di Palahniuk proprio a causa della difficile lettura, basta dare un’occhiata in rete per capire che chi ha mollato la presa non è certo una mosca bianca. Sarei curioso di capire quanta responsabilità è dell’autore e quanta del traduttore.

A me in fin dei conti non è dispiaciuto, certo Chuck ha scritto di meglio, ma anche di peggio. Il giovane Pigmeo (che è così denominato per tutto il libro, tranne quando si autoenuncia come “operativo me”) offre una visione della vita occidentale sicuramente sarcastica ma in fondo veritiera, con il continuo inseguimento di falsi valori, ideali e credi religiosi e la relativa ipocrisia onnipresente. Non mancano momenti di ineguagliabile originalità nel disprezzo del “nemico” americano, come quando Pigmeo nota, guardando dei porno, l’incapacità dell’uomo occidentale di portare a termine la missione fecondativa poichè all’ultimo momento sbaglia sempre tentando di fecondare il seno, l’ano o il volto della partner.
Gli Stati Uniti, ma in fondo tutto l’Occidente, vengono smembrati pezzo per pezzo dalla visione di Pigmeo, e io non sono riuscito a dargli torto.

Se non hai mai letto Palahniuk sicuramente devi iniziare da qualcos’altro. Se odii le persone amerai Pigmeo e “l’arma turgida di operativo me” pronta a fecondare qualsiasi cosa per infiltrare il nemico nell’Occidente.

“La fine dell’Eternità” di Isaac Asimov

Qualche anno fa ho letto il ciclo dei Robot di Asimov, composto dai quattro romanzi Abissi d’acciaio, Il sole nudo, I robot dell’alba e I robot e l’Impero riproponendomi più volte poi di riprendere in mano un autore che, erroneamente e stupidamente, avevo giudicato noioso senza nemmeno conoscerlo.

Asimov, invece, è semplicemente un genio. Questo La fine dell’Eternità, ritenuto da molti il suo romanzo migliore, ne è l’ennesima prova. Scritto nel 1955 non fa parte di nessun ciclo, anche se verrà poi citato nelle varie Fondazioni (che non ho ancora letto), e tratta il tema dei viaggi nel tempo con i relativi paradossi e tutto ciò che di cervellotico ne segue. L’Eternità non è altro che la possibilità di controllare gli eventi temporali, tornando indietro o andando avanti nel tempo, per far sì che l’Umanità possa evolvere nel migliore dei modi (almeno secondo il pensiero degli “Eterni”) senza mai correre nessun rischio o pericolo. Da qui segue una critica alla mancanza di libero arbitrio e all’immobilità culturale e scientifica che deriverebbe dalla eccessiva sicurezza e dall’annullamento dell’imprevedibile.
E’ una visione ottimistica dell’Uomo quella che ha Asimov, ben diversa dalla mia, ma sicuramente interessante. Basti pensare che nella storia ipotizza il passaggio dell’era atomica dal 30° secolo al 1930 come un’evoluzione dell’Umanità necessaria al raggiungimento futuro delle stelle. Auguri.

Probabilmente non è un romanzo per tutti, diciamo che a confronto la trilogia filmica di Zemeckis potrebbe essere una passeggiata di salute. Ora mi aspetta la Trilogia dell’Impero, dopodichè procederò con la Fondazione. Con calma. Ti tengo aggiornato.

“Fuga dal campo 14” di Blaine Harden

Ovvero: dell’Olocausto in realtà non ce ne frega un cazzo. Ma veniamo prima al libro, poi procederò con calma insultando la razza umana.

La storia è nota. Shin Dong-hyuk è uno tra i pochissimi prigionieri che sono riusciti a fuggire da un campo di concentramento della Corea del Nord e, probabilmente, l’unico tra gli evasi a esserci anche nato dentro. Il libro, scritto dal giornalista Blaine Harden, racconta gli anni di prigionia e la fuga di Shin.
Sembra che, al momento, nei campi di concentramento/sterminio/lager della Corea del Nord ci siano all’incirca 200.000 prigionieri, con una prospettiva di vita media di 45 anni. Questi campi si estendono per decine di chilometri e sono visibili con Google Earth. Nei campi l’essere umano non ha alcun diritto: è giustiziabile, stuprabile o torturabile in qualsiasi istante. Ti ricorda forse qualcosa di già visto?
Non basta. I lager della Corea del Nord sono presenti dagli anni 50. Facciamo due conti per vedere se hanno fatto più morti di quelli tedeschi o 60 anni di sterminio sono sufficienti per dare un’idea generale? (Non certo perché sia una gara, ma per capire la portata della cosa.)
Si parla di persone che mangiano topi, serpenti e alimenti non digeriti (recuperati all’interno delle feci), per poter sopravvivere. Che poi, se ti beccano a rubare un topo o un chicco di riso, ovviamente, ti fucilano.
È in questa atmosfera che nasce e cresce Shin, con una mentalità puntata a spiare e tradire i compagni di prigionia (madre compresa), senza nessuna conoscenza di quelli che sono i normali rapporti umani. La madre, per Shin, è una rivale per la spartizione del cibo, nulla di più, come per lei Shin rappresenta solo un peso da nutrire. Il tutto nella convinzione che siano le guardie ad avere sempre ragione, unica voce dall’alto e simbolo di un’autorità divina, mai conosciuta, alla quale obbedire ciecamente.
Il contorno sono abusi sessuali, bambini uccisi a randellate da maestri che insegnano la superiorità del dittatore Kim Jong-un, torture, mestruazioni che imbrattano tuniche mai sostituite, schiavismo, ecc.
Dimenticavo, Shin è nato imprigionato e nel campo dovrebbe morirci in quanto colpevole dei reati commessi dai suoi avi. I reati sono, principalmente, quelli di opposizione politica al regime.

La cosa più difficile da capire, ma che il libro passa bene, è il concetto di “assenza della normalità”. Se una persona nasce in uno di questi campi, senza aver mai visto l’esterno, non conosce nemmeno cosa sia l’esistenza dell’esterno. Stiamo parlando del fatto che non si sappia che la Terra sia rotonda, credo che ciò possa rappresentare una buona sintesi. Non esiste il rapporto umano, se non legato allo spionaggio o al tradimento, quindi nessuna amicizia o amore, neanche familiare. Paradossalmente, chi nasce come Shin all’interno del campo, è più forte e meno portato al suicidio (così dice lui stesso) di chi nasce fuori, perchè non ha alcun confronto con un altro tipo di vita. Nasce e muore schiavo.

Spesso ci si chiede come il mondo sia rimasto a guardare durante lo sterminio effettuato dai nazisti. Io non credo sia molto diverso da quanto succeda con la Corea del Nord. La verità è che non ce ne frega un cazzo, appunto. Probabilmente anche allora non ce ne fregava, finchè la cosa non è diventata economicamente rilevante. In Corea del Nord non c’è petrolio, c’è un dittatore pazzo con l’atomica, è meglio lasciare stare. Mica siamo al Bataclan, la Corea del Nord è lontana e i coreani sembrano tutti uguali, specie nelle loro sudice tuniche.
Io già la immagino la fine di questo regime (perchè finirà, come tutti, e ne riapparirà un altro altrove), quando si entrerà in quei confini vietati e si “scopriranno” le fosse, i milioni di morti, i crimini contro l’umanità. Allora sì che ci si darà dentro con la bandiera della Corea su Facebook, “siamo tutti Shin”, e puttanate varie. Un paio di settimane di shock mondiale e finita lì: “nessuno poteva immaginare”. E via di giornate della memoria, fiori e discorsi. E poi, diaciamocelo, è molto meno faticoso esibire la propria indignazione su qualcosa di ormai immutabile.

C’è anche chi sostiene che il libro sia in parte romanzato. Il che può anche essere, in alcuni punti, ma credo sia inutile stare a discutere sui dettagli, quando i campi si vedono con il satellite, o no? Certo, in TV viene mostrata solo Pyongyang, dove vive l’elite della nazione, ossia una piccola percentuale di benestanti (legati al governo) che lascia alla fame tutto il popolo. Questo non aiuta perchè, se non si vede in TV, allora, non esiste…

Alla fine, volendo allargare lo sguardo, quello che succede all’interno dei lager accade anche nel mondo, fuori. Così come i prigionieri, dentro al campo, tradiscono e pensano solo a se stessi per sopravvivere, nessuno, fuori, è disposto a rinunciare a qualcosa per migliorare o salvare la vita a un altro essere vivente, nell’individualismo più totale. L’Uomo pensa alla sopravvivenza unicamente come individuo, non come specie. Questo ci rende inferiori a tutti gli altri animali presenti sul pianeta. Ci ammazziamo ancora per gli dei, nel terzo millennio, come i primitivi che non sapevano giustificare l’origine dei fulmini.
Spesso si fantastica sul fatto che saremmo destinati a grandi cose, perché abbiamo dalla nostra l’intelletto e una ricca storia. Si elogia la razionalità, la scintilla che ci renderebbe speciali e ci dovrebbe portare verso un futuro migliore. Io credo, invece, che siamo semplicemente una di quelle forme di vita difettose, come un pesce senza branchie, destinati all’estinzione perchè inadatti. Senza che questo sia una colpa, nell’infinito dello spazio e del tempo, siamo uno sputo che non conta nulla, sbagliati nel DNA senza possibilità di rettifica. Leggere storie come questa me lo conferma. Non vale neanche la pena di lottare, il nostro tempo finirà comunque.

“Chi perde paga” di Stephen King

Siamo al terzo libro del Re recensito di seguito. Se pensi però che non stia leggendo molto ti sbagli, il fatto è che quando esce un nuovo romanzo di King interrompo le altre letture e gli do la precedenza, il primo amore non si scorda mai..
[Ti fornisco comunque un anticipazione: sto leggendo tutta la produzione letteraria di Conan Doyle riguardante Sherlock Holmes. Ti dirò quindi nei prossimi tempi cosa ne penso in toto. Ovviamente penso bene.]

Veniamo a Chi perde paga, ultima fatica dello scrittore, e secondo libro della trilogia iniziata con Mr. Mercedes, che vede il detective privato Hodges come (forse) protagonista. Occhio che spoilero di brutto, leggi solo se hai già letto il libro.

Devo dirti la verità, non ho trovato un granché la storia. Sono un grandissimo fan di King («Ma lei non è Stephen King!? Lo sa che sono il suo più grande ammiratore?») e non mi perdo nulla, inoltre per me leggere i suoi libri equivale a “tornare a casa”, è sempre amore. Tuttavia, tuttavia.. Cazzo, devo dirlo anche se verrò criticato: questa trilogia poliziesca risulta ai miei occhi essere una grande trovata commerciale. Ecco. Non lo dico a caso e te ne fornisco subito una prova. In Mr. Mercedes il protagonista era il detective in pensione Hodges, ossia l’anello che dovrebbe legare i tre polizieschi tra loro. In Chi perde paga Hodges (e la sua “banda”) ha dovuto scavarsi una parte che sembra essere quasi inutile, la funzione del personaggio influenza infatti forse il 5% della storia, tanto da chiedersi cosa sarebbe cambiato nella trama in caso di una sua assenza. Probabilmente poco e niente. Il dubbio quindi, che servisse semplicemente un legame per creare una trilogia noir, è molto forte. La storia di per sé non è molto originale, salvo il pregio di indagare nel mondo della scrittura, della proprietà delle opere letterarie e della fantasia di chi le crea e chi le legge.
Sembra invece che l’unica funzione interessante del detective Hodges sia quella di accendere i riflettori sull’antagonista del primo romanzo della trilogia, Brady Hartsfield, che in questo secondo libro occupa una parte irrilevante ai fini della trama, ma sufficiente per capire come il killer, ormai in stato catatonico, abbia acquisito dei poteri telecinetici. Sarà materiale per il terzo libro della trilogia o per un romanzo a sé stante? Io propendo per quest’ultima ipotesi. Vedremo.

In definitiva non è certo una delle migliori opere di King, anche se come sempre si fa leggere velocemente e volentieri. La struttura è ormai troppo classica e consolidata, oserei addirittura dire, a tratti ripetitiva.

“Revival” di Stephen King

Ultimamente non sto leggendo molto. O meglio, sto leggendo libri e fumetti irrecensibili. Mi son bevuto una dozzina di Marvel Omnibus ad esempio, ma mi sembrava inutile e difficoltoso parlartene. Sono impanatanato ne L’interpretazione dei sogni di Freud (a seguito dei miei continui incubi di cui forse, peraltro, aprirò una sezione dedicata sul blog). Idem per il noioso World War Z che non riesco a terminare e per il sopravalutaterrimo (si!) Infinite Jest di Wallace che ho interrotto (succede rarissimamente, deve farmi proprio cagare). Insomma narrativa poca, e così vedo che l’ultima recensione che ho scritto di un libro è sempre dedicata al Re, Stephen King. Poco male, ti accontenterai.

Revival. Mi è piaciuto molto. Così come 22/11/63 attraversa un arco di tempo molto ampio (una vita) riuscendo a creare la nostalgia dei tempi andati (ossia le prime pagine) e facendo conoscere il personaggio principale (che scrive il libro in prima persona), grazie anche agli avvenimenti che l’hanno cambiato nel corso della sua esistenza. Non puoi non affezionarti al protagonista, sentirlo come un fratello, perchè conosci i motivi che l’hanno portato ad essere in un modo piuttosto che in un altro, li hai affrontati con lui.

Revival

Trama semplice ma molto coinvogente. Sarò breve (leggitela da un’altra parte se vuoi). Tutta la storia si gioca sul rapporto tra il protagonista Jamie (fin dall’età di 6 anni) e Charles Jacobs (prima reverendo, poi imbonitore da fiera e infine scienziato) e i loro incontri a decenni di distanza. E, naturalmente, “l’elettricità segreta”. Un gran romanzo sulla religione, la musica (tanta), la scienza e la curiosità dell’animo umano. Stupenda la Predica Terribile con cui il reverendo rinuncia a Dio dopo aver perso moglie e figlio.
Devo farti notare che in questo romanzo non ci sono cattivi. La pazzia (pazzia?) dello scienziato Jacobs infatti non è condannabile, ne dal protagonista e nemmeno da chi legge. Siamo tutti un po’ Jacobs e un po’ Jamie. Vogliamo conoscere cosa c’è dopo la morte, sempre che qualcosa ci sia.

[Chicca: se sei appassionato di “collegamenti” non ti perdi certo l’aggancio tutto interno a Joyland, il parco divertimenti dove anche Jacobs ha lavorato per qualche tempo.]

Grandi riferimenti a Poe, Lovecraft (soprattutto, con i libri proibiti) e, perchè no, al Frankenstein di Shelley. Un horror classico ai tempi moderni. Leggero e veloce con meno di 500 pg., te lo consiglio vivamente. O revivalmente, vedi tu, prova a mettere le dita nella presa della corrente e magari scoprirai il Null!

“Mr. Mercedes” di Stephen King

mr_mercedes

Sono circa 500 pagine scarse, l’ho comprato una settimana fa e l’ho finito ieri. Personalmente ho letto tutto di Stephen King, da grande appassionato non mi perdo mai nulla. Adesso bisogna subito dire per forza, per non essere “out”, che non è possibile che nelle librerie si trovi solo King nel reparto horror (salvo le cagate vampiro-amorose che frullano i cervelli dei decerebrati). Ok, l’ho detto, così tu che leggi sei tranquillo e possiamo procedere oltre.
Anzi no, facciamo una seconda premessa. Perchè sono anni che io di King sento dire sia il re dell’horror, del macabro, ecc.ecc. Se togliamo qualche romanzo più “splatter”, tuttavia, l’horror è solo di sfondo. Si perchè spesso più che di mostri e compagnia lo scrittore si occupa dell’orrore che è dentro gli uomini, che è poi la cosa davvero spaventosa. Credo che questa generalizzazione gli abbia fatto perdere una parte di pubblico, quella di “no ma a me gli horror non piacciono”. Che poi fanculo, diciamocelo, bisognerebbe leggere di tutto e quella fetta di pseudolettori fa meglio a lobotomizzarsi davanti ai reality in TV.

[Se proprio vogliamo essere pignoli e tirare fuori l’esempio: anche Joyland era una sorta di poliziesco come Mr. Mercedes. Ok c’era uno spettro che aleggiava nell’aria, ma di qui a passare da giallo a horror ce ne vuole].

E ora veniamo al libro, anche se ne ho già parlato in realtà ma tu, stolto, non te ne sei accorto. Già perchè hai bisogno di vedere il Male impersonificato nel pazzo di turno che guida il camioncino dei gelati. Eccolo.

mr. mercedes

Dov’è il vero orrore? Perchè Pennywise lo sai che non esiste.. e quindi ti spaventa finchè sei bambino. L’orrore vero è il vicino di casa metodico che nasconde temibili segreti ma che risulta a te insospettabile (volendo vedere anche il vicino metodico che non nasconde segreti non scherza in quanto a orrore eh). Ecco, questo è in poche parole ciò che King descrive in Mr. Mercedes. La lotta tra un detective in pensione e un assassino all’apparenza insospettabile (gelataio, informatico, cocco di mamma incestuoso). Un bel poliziesco-giallo insomma, che si lascia leggere velocemente. Non è una fuoriserie ma è comunque una storia ben raccontata. E con la frase precedente vorrei far presente che lo sappiamo tutti che non siamo di fronte a It o a L’ombra dello scorpione.

L’unica pecca che devo rilevare, e che ti faccio presente, è che non sono riuscito molto a farmi coinvolgere emotivamente. La storia è buona, incuriosisce e ti fa girare le pagine volentieri, ma non ho provato grande odio per Brady (il pazzo) ne molta empatia per Hodges (il poliziotto). Insomma avrei voluto desiderare di spaccare la testa all’assassino, ma purtroppo niente bava rabbiosa alla bocca. Ed è per questo che, per stare tra gli ultimi romanzi di King, ho preferito ancora il sopra citato Joyland.

Se cerchi pura narrazione, non resterai insoddisfatto.

“Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway

La recensione la scrivo a modo mio, quindi se sei capitato qui per caso è meglio tu vada a leggere una recensione classica, di quelle inquadrate.

“Nessuno esce vivo dalla vita”. Così diceva Paul “Hud il selvaggio” Newman. Santiago, il vecchio protagonista, dalla vita è stato schiacciato come una lepre sulla A4. Che gran romanzo, entra arrogantemente nella mia top ten.

Digressione: la prima cosa che ho pensato a lettura terminata è stata “come fanno a proporre questo romanzo alla scuola dell’obbligo”. Mi ricordo quando anni indietro (lasciamo il mistero su quanti) era tra le letture consigliate per la formazione. Un cazzo di testamento umano, una riflessione in toto sulla vita una volta che questa sta giungendo al termine. A un ragazzino. Come la scuola italiana sa fare odiare la letteratura nessuno mai. E dopo i bambini non crescono con la passione per la lettura..

In poche righe (si, c’è il finale, quindi non leggere se desideri la suspense): il vecchio e deriso pescatore Santiago, preso da indicibile sfiga, non pesca nulla da settimane. Il suo giovane aiutante Manolin è costretto ad abbandonarlo causa superstizione dei genitori. Il vecchio esce in mare solo e resta attaccato a un enorme marlin per tre giorni. Avuta la meglio sul pesce, il vecchio, nel tornare, viene più volte accerchiato dai pescecani che si pappano tutto lasciando solo la carcassa del pescione. Rientro con pive nel sacco. Fine.

La trama è semplice, ma quello che ci sta dietro no. Hemingway ti tiene legato a un pesce per 100 pagine e neanche te ne accorgi. Quella che si sta combattendo è una battaglia con la vita, l’ultima battaglia. E sebbene potrebbe a prima vista sembrare totalmente persa, così come il pesce, è invece stata in una certa parte vinta, come sostiene infine Manolin. Hai perso con i pescecani, ma non con il pesce. La vittoria è negli occhi stupiti di quei pescatori denigranti che ammirano quel che resta del pesce spada più grande che abbiano mai visto.

Questo te lo dico io vecchio: sei ancora un uomo Santiago perchè hai raggiunto il tuo obiettivo, hai vinto tutto. Il pesce; l’invidia che hai suscitato insieme all’ammirazione di chi ti sbeffeggiava; l’adulazione di un giovane dal cuore puro che ti seguirà ereditando il tuo sapere. Si, hai perso con i pescecani, ma quelli rappresentano la vita incontrollabile e “nessuno esce vivo dalla vita”.